Quando KKR, Blackstone e Ares inciampano le azioni di private equity cominciano a sudare freddo

Quando KKR, Blackstone e Ares inciampano le azioni di private equity cominciano a sudare freddo

Che divertimento vedere come i titoli di KKR, Blackstone e altri pezzi grossi del settore siano precipitati in borsa dopo che la svizzera Partners Group ha deciso di mettere un freno alle ritirate degli investitori da uno dei suoi fondi. Evidentemente la paura per la valutazione dei mercati privati non si placa, anzi.

Prima dell’apertura, le azioni di KKR hanno subito un bel tonfo del 6,8%, seguite da Blackstone che perde il 5,2%, mentre Ares Management cala quasi del 6,7%. Non sono da meno i titoli di Blue Owl Capital, giù del 5,2%, mentre Carlyle Group si becca un -2,9%. Ma a fare da mattatore di questo bel spettacolo in discesa è proprio Partners Group, gigante svizzero della gestione patrimoniale nei campi del private equity, credito privato, infrastrutture e immobiliare, che crolla del 17,7% e tocca il suo minimo in un anno.

Secondo le cronache, la società di Zürich ha imposto un tetto alle richieste di rimborso dal suo fondo Global Value SICAV, un veicolo privato evergreen da 8,6 miliardi di dollari. Il limite fissato è stato del 5% del valore netto degli asset, perché le richieste di rimborso avevano raggiunto un irresistibile 9,8%. Un limite severo, ma c’è da capirli: il fondo pesa per un bel 4,8% sulla totalità degli asset di Partners Group. Magnifico esempio di come si tutelano i profitti quando arriva il momento di fare i conti.

David Layton, amministratore delegato di Partners Group, ha spiegato a Bloomberg qualcosa che ci ricorda un po’ la favola del lupo e dell’agnello: la pressione sui rimborsi che vedevamo nel credito privato ha ora deciso di invadere altri ambiti degli asset. Che sorpresa, vero?

Questa mossa di bloccare o limitare i deflussi degli investitori non è una novità solo svizzera. Diverse aziende di private equity americane hanno adottato strategie simili negli ultimi mesi, nel momento in cui gli investitori sembrano letteralmente correre verso l’uscita con la stessa eleganza di una ressa in saldi.

Gentili investitori retail, è comprensibile che vi venga un brivido lungo la schiena a sentire parlare di «problemi di liquidità» o di «deterioramento della qualità degli asset» nei fondi privati. Se non altro, qualcuno ve lo dice: occhio alle trappole nella piscina dorata dei mercati privati.

Il capolavoro della gestione “evergreen”

Non c’è niente di meglio che chiamare un fondo «evergreen» per far credere che sia una fonte inesauribile di ricchezza. Peccato che, quando il gioco si fa duro, anche gli evergreen perdono le foglie. Bloccare ritiri al 5% su un fondo da 8,6 miliardi suona più come una semplice corsa ai ripari che una strategia di lungo termine. Ma certo, meglio salvare la barca e lasciare a bocca asciutta chi voleva saltare a bordo con le scarpe asciutte.

La meravigliosa contraddizione è tutta qui: i mercati privati, tanto decantati come l’eldorado del capitale alternativo, esplodono nei loro limiti di liquidità al primo vero scossone. E allora che si fa? Si chiudono porte e finestre, si mettono barriere alle uscite e si spera che nessuno faccia troppo rumore nel frattempo.

Così mentre noi comuni mortali immaginiamo i fondi come casinò dorati dove il denaro balla libero, la realtà è quella di un delicato gioco di prestigio, dove il capitale viene intrappolato per evitare che l’intero castello crolli su chi lo gestisce ad arte.

Quando il “prestigio” svizzero si prende una pausa

Se pensavate che la Svizzera fosse immune da questi drammi finanziari, fatevi questa bella sorpresa: anche il colosso di Zürich gioca a nascondino con la trasparenza e la liquidità. Partners Group con questa mossa dimostra che, quando si tratta di proteggere le proprie poltrone, tutti possono tenere il broncio.

E così, mentre gli investitori si ritrovano con il portafoglio stretto dalla morsa di queste nuove “regole”, gli amministratori possono dormire sonni relativamente tranquilli, protetti da limiti rigidi come quelli imposti nel fondo Global Value.

Ah, la magia del private equity: promette guadagni stellari senza orari di negoziazione, ma quando arriva l’ora di incassare, bisogna davvero sperare di non essere i primi a bussare alla porta, altrimenti la serratura è già stata cambiata.

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