Suicidio assistito per Lucia in Svizzera mentre l’Asl di Trieste faceva finta di niente

Suicidio assistito per Lucia in Svizzera mentre l’Asl di Trieste faceva finta di niente
Lucia, ottantenne triestina con una patologia neurodegenerativa, è deceduta in Svizzera dopo aver intrapreso la via – sempre più gettonata per chi trova in Italia solo ostacoli – del cosiddetto “suicidio assistito”. Naturalmente, il tutto dopo aver ricevuto un bel no dalla sanità del Friuli Venezia Giulia, che ha deciso di negarle quell’accesso tanto agognato alla dignità di scelta. Che sorpresa. A far notizia questa volta è una nota dell’associazione Luca Coscioni, che ha pure svelato il ruolo degli attivisti di Soccorso Civile, l’associazione delle disobbedienze civili sul fine vita con al timone legale un certo Marco Cappato. Proprio loro hanno accompagnato Lucia in questa ultima “trasferta” che tanto riflette sulle falle del sistema italiano, come già accaduto nel caso della sfortunata Martina Oppelli.

Parliamo della santa terra d’Italia, dove il diritto a decidere sul proprio corpo e sulla fine della propria agonia sembra essere riservato a pochi eletti o, più semplicemente, non contemplato affatto. Non è un caso se gli attivisti di questa “resistenza civile” abbiano annunciato che si autodenunceranno domani in Questura a Trieste, ancora felici di perdere tempo e risorse per invocare il diritto di morire secondo coscienza. Beh, almeno ne faranno una conferenza stampa, magari così si potrà sfoggiare l’ennesima parata di contraddizioni istituzionali.

Suicidio assistito negato: un classico della sanità italiana

Va da sé che negare l’accesso a un percorso di fine vita dignitoso non sia proprio una novità nel panorama della nostra sanità. L’Asl ligure, pochi mesi prima, ha ripetuto il copione: negare il diritto a una persona di porre fine alla propria sofferenza con un suicidio medicalmente assistito. Una discreta performance, anche alla luce delle tante chiacchiere sulla “umanità” e la “cura” nei dibattiti pubblici. Evidentemente però, le chiacchiere restano tali, mentre i pazienti rimangono intrappolati in un limbo di divieti e ritardi.

D’altronde, chi mai vorrebbe che la realtà della sofferenza e di chi vorrebbe semplicemente andarsene onorando la propria volontà diventasse patrimonio collettivo? Meglio far finta di niente, trattare casi come quello di Lucia o di Martina Oppelli come una questione da nascondere sotto il tappeto, o peggio ancora, come un affare per pochi attivisti testardi a cui negare ogni spazio.

I disobbedienti civili: eroi o fastidiosi rompiscatole?

Il movimento di disobbedienza civile guidato da Marco Cappato non solo sfida le istituzioni ma si espone in prima linea in un Paese che, piaccia o no, resta legato a retaggi morali e legislativi ottusi e fuori dal tempo. Autodenunciarsi in Questura non è solo un gesto simbolico; è la rappresentazione plastica di un’agonia burocratica e culturale che non accenna a diminuire.

Tra l’inferno legislativo e il dolore umano si insinua il loro impegno, sempre più necessario in un contesto dove la legge sul fine vita è ambigua e i Diritti Civili sembrano più un optional che una certezza.

Ecco allora che la storia di Lucia, così come quella di Martina Oppelli, diventa la fotografia amara di un’Italia che si ostina a negare la realtà mentre gli affetti e le coscienze si sgretolano in un tribunale di silenzio e ipocrisia.

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