Un meccanismo miliardario da 87,4 miliardi che si nutre voracemente del solo settore abbigliamento con 40 miliardi di euro

Un meccanismo miliardario da 87,4 miliardi che si nutre voracemente del solo settore abbigliamento con 40 miliardi di euro

Come se non fosse già abbastanza complicato per il nostro glorioso Made in Italy, ecco spuntare l’ennesima conferma che l’industria della moda italiana non solo sopravvive, ma prospera imperterrita nel cuore del vecchio continente. Nel 2025, il settore ha vinto la sfida con un fatturato da capogiro: 87,4 miliardi di euro, cifra dalle quali la sola abbigliamento si prende ben 40 miliardi. E export? Una quisquina di 27,3 miliardi. Chi l’avrebbe detto, la moda che incarna la manifattura italiana continua a far ballare i numeri, e col sorriso da chi sa di essere un pilastro nazionale.

E non è finita qui: solo nel primo trimestre del 2026, quasi 37.100 imprese in Italia si sono dedicate alla produzione di articoli di abbigliamento. In testa troviamo come sempre la Lombardia, che con le sue 5.608 aziende fa la parte della leonessa, occupando la bellezza di 42.200 addetti, ovvero una folla di persone capaci di tessere il nostro futuro – o almeno così ci raccontano.

Milano sbanca su tutta la linea con 2.103 imprese manifatturiere, seguita quel tanto che basta da Brescia, Varese, Bergamo e altri nomi che suonano quasi come un gospel della moda: Mantova, Como, Monza e Brianza, Pavia, Cremona, Lecco, Lodi e Sondrio. Per non farci mancare nulla, si celebra un settore che di “strategico” ha davvero tutto, impreparato però a rinunciare al mito del progresso tecnologico. Automazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, Big Data, Internet of Things, digital twin – insomma, un laboratorio di parole magiche per farci sentire all’avanguardia di un mondo che corre sempre più veloce, ma che probabilmente ancora non sa bene dove sta andando.

Questo è stato il vero fulcro del Congresso Internazionale SAMAB 2026, tenutosi a Milano, per gentile concessione di Senaf e compagnia bella: un summit dove istituzioni, industria e innovazione si sono finalmente ritrovate per discutere su come il tecnologico possa salvare una filiera che, se non altro, sembra avere ben chiaro il proprio destino. Si prepara così il palcoscenico per la prossima edizione di SAMAB – Fashion Technologies Event, prevista dal 25 al 27 maggio 2027 a Fiera Milano Rho. Non manca la compagnia delle grandi – Confindustria Moda, IACDE e PwC Italia per citare i nomi importanti che fanno tanto effetto.

Innovazione: l’elisir di giovinezza o solo un complicato pozzo senza fondo?

Sembra proprio che, nel fashion italiano, investire nell’innovazione non sia più una semplice idea ma un obbligo. Nessuno parla di scacciare via il glorioso artigianato Made in Italy, per carità, ma è evidente che fare le cose “come sempre” non basta più. La tecnologia non arriva per sostituire, bensì per estendere, ottimizzare, tracciare e – perché no – rendere i processi più sostenibili. Roba da far invidia a chiunque sia cresciuto sognando una realtà dove anche la macchina da cucire potesse parlare con l’intelligenza artificiale.

L’analisi di PwC Italia non lascia scampo: la tecnologia è la carta vincente per chi vuole comandare nel settore. Le aziende snelle, digitalizzate e “smart” saranno quelle in grado di trasformare rapidamente il mercato, guidando decisioni più intelligenti, eliminando sprechi inutili, accorciando tempi di reazione e, ovviamente, stringendo le maglie del controllo lungo tutta la filiera. Insomma, se non sei sulla cresta dell’onda tecnologica, ti tieni la tua nicchia e buona fortuna con il fai-da-te. E attenzione, perché il mercato dell’Internet of Things non scherza: 10,9 miliardi di euro nel 2025 solo in Italia, una cifra che sembra quasi una sceneggiatura fantascientifica se pensiamo ai laboratori artigianali di qualche anno fa.

Il sogno digitale e la dura realtà delle piccole imprese

Peccato però che la perfezione tecnologica da favola si scontri con la cruda realtà di chi deve metterci i soldi, le idee e il coraggio. Per molte piccole e medie imprese, la tecnologia è più una spesa che un investimento, un ostacolo burocratico e culturale da superare a colpi di pazienza e resistenza. Mancano competenze, mancano fondi, e soprattutto manca quella scintilla che faccia vedere questi nuovi strumenti come un’opportunità e non una zavorra. Le tante belle parole sulle innovazioni rischiano così di restare un miraggio, soprattutto quando arriva il nemico pubblico numero uno: la burocrazia.

Nel frattempo, però, la regolamentazione europea no si fa pregare: chiede sostenibilità, tracciabilità e, per l’ennesima volta, fa pressione affinché il settore diventi trasparente e rispettoso dell’ambiente. Non che qualcuno pensasse fosse facile, ma ecco la ricetta perfetta per far ballare qualche ulteriore conto economico.

Insomma, per il fashion italiano il futuro è un percorso da montagna russa tecnologica: da un lato la sfida enorme di restare competitivi a livello globale; dall’altro il rischio di impantanarsi tra vecchie abitudini, nuovi investimenti e normative sempre più stringenti. Si spera almeno che, tra una stampa digitale e un algoritmo intelligente, qualcuno riesca a cucire insieme un domani che valga la pena di essere indossato.

Ah, la moda italiana, quella che tutti amano adorare e poi si ritrovano a criticare per le stesse ragioni altrettanto prevedibili. Ma, niente paura, arriva il Congresso Internazionale SAMAB 2026, l’ennesima fiera dell’innovazione tecnologica, a salvarci dalla decadenza della filiera produttiva. L’obiettivo è ambizioso quanto scontato: accompagnare questa trasformazione epocale fatta di sostenibilità, efficienza e trasparenza. Insomma, la solita storia di come “dobbiamo innovare”.

Ivo Alfonso Nardella, il presidente del Gruppo Tecniche Nuove e di Senaf, la butta lì con una certa sicurezza da esperto:

“Il sistema moda italiano ha una forza straordinaria, nata dal saper fare e dalla qualità manifatturiera. Peccato che oggi, per non scomparire, bisogna anche innovare, ridurre sprechi e rispondere in fretta al mercato. Ecco perché SAMAB è la piattaforma di dialogo tra industria, istituzioni e innovazione.”

Che dire, niente di rivoluzionario, ma almeno qualcuno si prende la briga di organizzarci un evento dove si parla di queste cose, mentre le aziende continuano a rimandare. Chissà quanto saranno contenti i produttori artigianali, quelli che da sempre portano sulle spalle il “made in Italy” e che ora devono correre dietro a macchinari e software digitali.

Quando la guerra ai sprechi diventa business

Per aggiungere un po’ di pepe alla discussione, ci pensa Marc Sondermann, Chairman di CEO Circle e moderatore del convegno, con un’affermazione che grida tutto il trionfo del pragmatismo aziendale mascherato da innovazione:

“In un mercato che ridefinisce le regole, chi sa integrare verticalmente tutta la filiera, dalla materia prima al cliente finale, ha una marcia in più. Comunicare direttamente al consumatore è la chiave, evitando pessime allocazioni di produzioni e stock.”

Peccato che questa “integrazione verticale” suoni come una bella scusa per gestire al meglio il magazzino e non per rivoluzionare davvero un settore che troppo spesso si aggrappa al passato. Perché ricorrere a queste belle parole quando basterebbe solo sapersi organizzare decentemente?

SAMAB: il teatro sacro dell’innovazione fashion

E qui entriamo nel vivo del sipario: SAMAB – Fashion Technologies Event, manifestazione patrocinata da svariati enti prestigiosi che, come sempre, non possono mancare per dare una spolverata di credibilità. Da Confindustria Moda a tanti altri sigle, tutti pronti a testimoniare l’importanza strategica di un evento che sembra il congresso della nuova religione della moda tecnologica.

Promettendo “un’esperienza unica”, SAMAB mostra l’ultima generazione di macchinari e soluzioni digitali come se fossero la panacea di tutti i mali. Workshop, incontri B2B, spazi espositivi e tanto networking: la formula classica per ottenere applausi e selfie tra imprenditori che, magari, proprio ieri avevano il latte alle ginocchia con le scadenze e i ritardi produttivi.

Lo sfondo perfetto per far vedere che l’industria italiana della moda non è morta, ma soltanto un po’ sopita, e che con qualche tocco di innovazione potremmo continuare a farci belli prima dei soliti copioni digitali e greenwash. Anche perché, il prossimo appuntamento è già fissato al 2027, come se fosse un rito annuale indispensabile per ricordarsi che bisogna innovare, innovare, innovare.

Ah, e non dimentichiamo la sede: MILANO, ovviamente, capitale indiscussa della moda e dell’autocelebrazione fieristica. Dopo il Superstudio Maxi, si cambia location per niente meno che a Fiera Milano Rho, tanto per garantire il massimo del glamour e delle opportunità di confronto – almeno sulla carta.

In sintesi, un’occasione magnifica per discutere (e far finta di fare) quella rivoluzione industriale della moda che tutti sappiamo essere urgente ma che, finché si parla troppo e si fa poco, resterà solo una promessa da convegno.

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