A Mosca, in mezzo a una selva di paranoie degne di un film di spionaggio degli anni ’60, il regime in difficoltà che ormai fa da bersaglio ai droni a lungo raggio ucraini ha trovato un nuovo motivo per preoccuparsi. A sollevare l’allarme è stato niente meno che Alexander Bortnikov, il boss dell’FSB, che ha definito “segnale allarmante” il fatto che gli Stati Uniti e Israele abbiano avuto la faccia tosta di uccidere capi iraniani e, per di più, si siano impadroniti delle telecamere di sorveglianza di Teheran.
Ovviamente, durante una riunione del Consiglio dei capi degli apparati di sicurezza degli Stati membri della CSI – quell’alleanza ex sovietica meno affiatata di un branco di gatti randagi – Bortnikov ha voluto ricordare come le operazioni digitali americane e israeliane continuino a imperversare nelle loro stanze del potere, soprattutto perché Russia e i suoi amici si affidano coi loro porci comodi alle piattaforme tecnologiche occidentali. Belle premesse per evitare intrusioni, vero? La loro “dipendenza” dall’Occidente, ha lamentato l’ineffabile capo dell’FSB, crea grandissime vulnerabilità agli attacchi informatici orchestrati da quegli aguzzini della NATO e dai loro lazzaroni alleati.
Naturalmente, Bortnikov non ha rivelato tutta la baracca. I rapporti tra Tel Aviv e Mosca non sono più quelli del passato, ma, sorpresa delle sorprese, non sono neanche finiti nel pattume della storia. Complicato intrico di doppi giochi e porte che si aprono a metà, come un frigorifero malmesso.
Un tempo, secondo la stampa internazionale di un certo livello, l’uccisione della temuta Guida Suprema Ali Khamenei sarebbe stata possibile solo grazie a dati accumulati dall’intelligence israeliana per anni, minuziosamente raccolti e crittografati dal famigerato Mossad. Fondamentale, poi, l’hackeraggio delle telecamere che controllavano persino i parcheggi dei palazzi di Khamenei.
Immaginate la faccia di Vladimir Vladimirovich, straziato da queste rivelazioni che lo tengono sveglio la notte. Il bello è che, stando ai sospetti più fulminanti, gli stessi dati potrebbero benissimo essere finiti nelle mani degli americani e, addirittura in modo più agguerrito, dei leggendari hacker dell’unità 8200 di Israele, specializzati in operazioni cibernetiche degne di un romanzo di fantascienza paranoica.
Per restare nel solito tono tragicomico, un canale russo molto legato al Cremlino, chiamato Mash, ha sbottato qualche dettaglio convincente: il software israeliano per l’analisi video chiamato BriefCam, usato per spiare le telecamere di Teheran, è stato ritrovato nei sistemi di videosorveglianza russi. Da quando? Dal magnifico 2010, tanto per non farsi mancare niente, consegnandosi così agli umori e alle cortesi attenzioni di Tel Aviv.
La vulnerabilità digitale della Russia: una bella lezione di fiducia incondizionata
Insomma, la Russia si affida ciecamente a tecnologie occidentali per difendersi, e poi fa finta di essere scioccata quando qualche Paese occidentale gliela suona nell’ombra. È come se un ladro fosse sorpreso che il suo cane da guardia sia stato addestrato dal vicino di casa a rubare proprio nella sua proprietà. Da non perdere.
Questo piccolo dettagliuccio digitale spiega molto della situazione attuale, dove le grandi potenze continuano a giocare a scacchi tecnologici con mosse invisibili, lasciando la Russia a bocca aperta, impotente e, si sospetta, un po’ imbranata nel campo del cyber-gioco. Un castello di carte costruito sopra piattaforme straniere che si sgretola ogni volta che i “super amici” del Cremlino premono un tasto del mouse.
Tra alleanze traballanti e doppi giochi digitali
Questa vicenda mette in veloce evidenza l’inarrivabile maestria con cui i vari servizi segreti riescono a trasformare una tecnologia concepita per la sicurezza personale in un’arma contro lo stesso Paese che la utilizza. Non stupisce che il rapporto tra Russia, Stati Uniti e Israele sia un intreccio di sospetti, tradimenti e salamelecchi diplomatici a senso unico.
Certo, non si può non riconoscere a Mosca una capacità unica: usare con fiducia cieca ciò che poi si rivela essere il suo stesso tallone d’Achille. Un capolavoro di ironia geopolitica, mentre i droni ucraini volteggiano sopra il cielo, a ricordare che, a volte, basta un click per far crollare tutte le certezze.



