Operai indiani reclutati da una società americana per lavorare in un cantiere europeo. Più precisamente in Italia. Una coreografia perfetta della manodopera tra ben tre continenti, a dimostrazione che la famosa globalizzazione non sarà mica un mito quando serve. E, come se non bastasse, ci si mette anche la procura di Milano, che sostiene che tutta questa girandola servirebbe a mettere in piedi uno stratagemma degno di un manuale di ingegneria fiscale da quattro soldi…
La brillante idea è quella di usare una rete intricata di società sparse tra India, USA e Europa per assumere manodopera che poi viene impiegata qui, in patria, ma con contratti e condizioni che sfidano ogni logica lavorativa e giuridica conosciuta. Un vero e proprio labirinto, costruito con la precisione esasperante che solo le multinazionali sanno garantire, per aggirare gabbie contrattuali e normative.
Una trappola perfetta per lavoratori e autorità
Questa triangolazione è stata messa sotto la lente con una certa curiosità dalla magistratura meneghina, che ha fiutato l’odore inconfondibile di un meccanismo ben oliato per scaricare responsabilità e, soprattutto, costi, tenendo gli operai incastrati in un limbo contrattuale e normativo. Ovviamente i lavoratori, quelli veri, finiscono per diventare pedine in una partita dalla regole tutte scritte da chi ha il coltello dalla parte del manico.
Naturalmente non manca la solita retorica sulla competizione globale e sulle meraviglie del mercato unico, ma sotto sotto si cela un gigantesco scaricabarile che, come al solito, si consuma a discapito dei soggetti più deboli proprio nel momento in cui servirebbe una granitica tutela.
Cosa dice la procura di Milano?
La procura ha evidenziato che questa réseaux internazionale di assunzioni non è altro che un modo per eludere le normative locali sull’occupazione, i contratti collettivi e la tutela sociale. Il bel gioco a tre punte tra India, America e Europa sarebbe studiato apposta per sfuggire agli oneri del lavoro difendendo interessi economici che suonano come una beffa per chi si sporca le mani sul serio nei cantieri nostrani.
Insomma, non ci troviamo di fronte a uno scambio culturale tra continenti, ma a una vera e propria giostra per svuotare di senso le tutele finora concesse. E, come al solito, la retorica sulla tutela dell’occupazione italiana rischia di schiantarsi contro la dura realtà di chi di lavoro vive davvero.
Il rovescio della globalizzazione
Non si può fare a meno di notare l’ironia degli eventi. Mentre politici e governanti proclamano la fine della globalizzazione o la sua trasformazione in qualcosa di più equo, sul campo accade esattamente il contrario. La globalizzazione diventa una scusa perfetta per aggirare regole, abbattere diritti e alimentare un mercato del lavoro che più precario e senza tutele non si può.
Il tutto con l’aiutino di multinazionali e corporazioni che si dilettano in questo balletto internazionale di contratti, sedi legali e diritti negati, il cui unico vincitore rimane il capitale — sempre più globalizzato e sempre meno responsabile.



