La Croisette, il viale più chic di Cannes, non delude mai nel celebrare con il solito glamour da tappeto rosso il trionfo del settantanovesimo Festival. La cerimonia di chiusura, condotta dall’attrice Eye Haïdara — già protagonista all’apertura, perché un solo sipario non basta mai — ha visto una sfilata di premi che sembrano usciti da un gioco di ambo e terzina tra giurati hipster e cinefili annoiati.
La Palma d’Oro è finita nelle mani di Cristian Mungiu e il suo “Fjord”, quel gioiellino che ora potrà vantarsi di essere considerato più interessante del solito blockbuster estivo. Il Grand Prix, premio riservato a chi non riesce ad arrivare fino in cima ma merita comunque applausi, è stato assegnato a Andrey Zvyagintsev per il “Minotauro”, un ritorno russo che qualcuno aspetta da un pezzo come fosse il prossimo “Cold War”.
Perché accontentarsi di un solo premio? Il Premio della Giuria è stato abbonato a “The Dreamed Adventure” di Valeska Grisebach, mentre la Migliore Regia è stata un inaspettato ex aequo tra i nostri Javier Calvo e Javier Ambrossi con “La bola negra” e il premio a sorpresa per Pawel Pawlikowski con “Fatherland”.
La Miglior Performance Maschile se la sono divisa a metà Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per “Coward” diretto da Lukas Dhont, mentre il palcoscenico femminile è stato monopolizzato di pari passo da Virginie Efira e Tao Okamoto per “All of a Sudden” di Ryusuke Hamaguchi. Un vero festival degli ex aequo, perché la competizione deve essere sì feroce, ma senza mai scordare il piacere di spartirsi premi e applausi.
Il tocco poetico arriva dalla Migliore Sceneggiatura, assegnata a “Notre Salut” di Emmanuel Marre, tradotto elegantemente come “Un uomo del suo tempo”. Eh già, perché cosa sarebbe un premio se non una metafora della nostra epoca confusa e inesperta?
Non poteva mancare la Caméra d’Or, il magico trofeo che premia le novità e le promesse del cinema: quest’anno è andata a “Ben’Imana”, opera di Marie Clémentine Dusabejambo, un vero deus ex machina tra i giovani. E dulcis in fundo, la Palma d’Oro per il miglior cortometraggio è stata ironicamente assegnata al “Para Los Contrincantes” di Federico Luis, perché in fondo anche i corti hanno diritto a fare gli snob su un palco così importante.



