Se pensavate che le scorte mondiali di petrolio fossero una riserva inesauribile, preparatevi a rimanere delusi. Secondo gli esperti, siamo sull’orlo del disastro: le scorte stanno precipitando e il loro recupero è previsto non prima di dicembre 2027. Sì, avete letto bene, ben oltre il prossimo lustro. Nel frattempo, l’Europa potrebbe ritrovarsi in piena scarsità fisica già a fine mese, un dettaglio che sembra sfuggire tanto ai prezzi del greggio quanto ai discorsi rassicuranti dei politici.
Jeff Currie, il solito esperto dal nome roboante e co-presidente esecutivo di Abaxx Commodity Exchange, ci illumina da Londra con una perla di saggezza: le mancanze potrebbero iniziare “da un giorno all’altro”. Ma non illudetevi, la realtà, quella vera, non si riflette ancora né nei prezzi né nelle chiacchiere dei palazzi del potere. Quando poi la crisi prenderà piede, i prezzi non seguiranno più la via normale: diventeranno un incubo “non lineare”, a caccia dell’ultimo barile disponibile.
La consolazione, se così vogliamo chiamarla, è che siamo nel classico periodo di “spalla” della domanda petrolifera: un intermezzo tranquillo tra il brusco calo della stagione di riscaldamento e l’aumento della voglia di metter su chilometri in auto. Ma attenzione, con il prossimo Memorial Day negli Stati Uniti e le vacanze bancarie primaverili nel Regno Unito, la domanda di diesel, benzina e petrolio sta per schizzare alle stelle. Preparatevi a sentirla, eccome.
Un’apparenza di stabilità che nasconde un baratro
Da Societe Generale, sempre pronti a fornire commenti rassicuranti, arriva la diagnosi: i mercati petroliferi vivono sotto una fragile “vernice di stabilità”. In realtà, il sistema è “acutamente stressato”, come amano dire i tecnici per non dire “stiamo per saltare”. Le scorte si stanno prosciugando a velocità supersonica, e quel poco che resta è così fragile da rischiare di far collassare tutta l’operatività. Che sollievo.
Se poi guardiamo allo Stretto di Hormuz, quella gola strategica dove transita circa un quinto del petrolio e gas mondiali, la situazione è ancora più esilarante. Da quando la tensione tra USA e Iran è esplosa il 28 febbraio, il flusso è stato quasi bloccato. E anche se lo Stretto riaprisse miracolosamente a inizio giugno, il groviera logistico – tra navi, scarichi, raffinerie e distribuzione – imporrebbe un ritardo di almeno 52 giorni. Tradotto: milioni di barili resteranno fermi, prosciugando ulteriormente le ormai magrissime riserve.
Se invece la riapertura si dovesse spostare a fine giugno, la situazione diventerebbe un vero incubo: stress più profondo e prolungato con sollievo concreto rimandato ad agosto inoltrato e un minimo di normalità da settembre in poi. E se la chiusura dura ancora più a lungo? Preparate i portafogli: il petrolio potrebbe schizzare a $150 al barile e restarci per mesi. Un segnale più che chiaro di quanto questo fragile sistema sia vulnerabile persino a piccoli sforamenti dei tempi.
I prezzi del petrolio lunedì pomeriggio hanno fatto quel balletto prevedibile a favore del rialzo, complici negoziazioni bloccate tra Washington e Teheran. Il Brent ha guadagnato l’1,4% salendo a $110,73 al barile, mentre il West Texas Intermediate degli USA si è spinto a $106,86, in crescita dell’1,3%. Come dire: il mondo è in subbuglio, ma almeno c’è un po’ di spettacolo gratuito.
Jeff Currie ancora illumina:
“Chiunque lavori seriamente in questo settore ti dice che la situazione è brutta. Gli iraniani vogliono far male. Qui non conta il prezzo del petrolio, conta la disponibilità del petrolio.”
In pratica, mentre tutti discutono se il greggio costi 100 o 110 dollari, il vero problema è che potrebbe non esserci nemmeno quello da acquistare. E così, tra stoccaggi in caduta libera e uno Stretto di Hormuz più blindato di Fort Knox, il mondo si avvicina a una crisi energetica che farà impallidire le crisi precedenti. Ma tranquilli, i palazzi istituzionali continuano a rassicurarci con dichiarazioni dal gusto di farsa.



