Dopo la clamorosa assoluzione dei due giovani accusati di violenza sessuale, Fernanda Herrera, la schermitrice coraggiosa che aveva denunciato, decide di uscire dal suo silenzio. Con gli occhi pieni di lacrime, rimpiange e denuncia: tre anni di lotta personale sprecati tra sacrifici sportivi e una giustizia che sembra giocare a nascondino con la sua paura.
Con un’intonazione che mescola amarezza e determinazione, rivendica il diritto a chiedere giustizia in un sistema dove, evidentemente, le vittime devono lottare per essere credute mentre i presunti colpevoli se la cavano con una passeggiata.
Il suo sfogo, ben lontano dall’essere solo una cronaca personale, diventa un grido collettivo per tutte quelle storie che, dentro e fuori i confini del mondo sportivo, si perdono nel silenzio assordante di chi dovrebbe proteggere, ma preferisce voltarsi dall’altra parte.
Fernanda Herrera sottolinea con durezza:
“Non sono l’unica a vivere questo dramma. Ci sono molte altre voci ancora chiuse a chiave, e io continuerò a lottare per farle emergere.”
In un contesto dove la percezione dell’ingiustizia pare diventare la norma, la sua testimonianza si trasforma in un monito ironico e graffiante verso chi ha la responsabilità di garantire sicurezza e rispetto, ma preferisce giocare a fare i giudici con una benda sugli occhi.
Ah, la dolce ironia di un sistema che condanna l’ascolto e celebra il silenzio. E intanto, il tempo passa e le storie silenziose aumentano.



