Il crollo di Market Financial Solutions continua a diffondere onde d’urto in tutto il settore dei servizi finanziari, richiamando dolorosi ricordi dell’implosione dello scorso anno del fornitore statunitense di componenti auto First Brands. Siamo alle prese con il classico terrore in crescendo che lo stress nei mercati di credito di nicchia possa provocare un effetto domino su tutto il sistema bancario. Davvero rassicurante, no?
L’epica caduta del prestatore ipotecario specialistico britannico ha letteralmente messo con le spalle al muro colossi bancari e società di gestione patrimoniale, che ora rischiano di dover fronteggiare perdite per centinaia di milioni di dollari. Barclays e HSBC hanno fatto sentire forte e chiaro il peso delle loro perdite nell’ultima stagione degli utili, ma non pensate che il disastro sia solo a Londra: pure banche e gestori d’investimenti americani di primo piano come Jefferies, Wells Fargo, Apollo e Elliott Management ne sono intrappolati fino al collo nel labirinto di prestiti di MFS.
Adesso, vi starete chiedendo: come è possibile che il fallimento di un prestatore londinese, noto per lavorare con debitori borderline bisognosi di finanziamenti lampo – tipo “dammi i soldi, ma subito” – possa improvvisamente calare una mannaia su quei colossi transatlantici della finanza? Pronti a scoprirlo, se vi piace il melodramma nel mondo capitalistico contemporaneo.
Il disastro chiamato “specialista del ponte”
MFS era un prestatore ipotecario specializzato in “bridge financing”: quei prestiti a brevissimo termine indirizzati a clienti dall’apparenza ricca di asset ma povera di liquidità, insomma, la classica finta ricchezza da cartolina. Il portafoglio totale di questi prestiti superava i 2,4 miliardi di sterline. Il guru dietro tutto questo casinò, Paresh Raja, era considerato un protagonista centrale nel mercato britannico del prestito ponte, mercato che al termine del 2025 vantava cifre da capogiro intorno ai 13,4 miliardi di sterline, secondo il gruppo di categoria Bridging & Development Lenders Association.
Le cose son degenerare il 25 febbraio, quando MFS si è trovata inghiottita da una procedura d’insolvenza sotto uno scroscio di accuse di frode degne di un thriller finanziario: dalla “doppia garanzia” su immobili – ovvero promettere lo stesso palazzo come collateral per più prestiti – ad un buco nel bilancio da ben 1,3 miliardi di sterline fra valore dei beni e debiti verso i creditori. Un capolavoro di ingegneria da baraccone finanziario da far sbiancare di vergogna gli sceneggiatori di Hollywood.
Nel frattempo, l’intricata struttura dei finanziamenti viene passata al setaccio nei tribunali fallimentari, con una dozzina di società di servizi finanziari tra Stati Uniti ed Europa che si trovano ora in bella mostra nella lista degli “esposti”. Bene, ora ci si domanda: fino a che punto la ‘connessione’ tra banche e prestatori specialistici o fondi di credito privato possa davvero finire di essere un campo minato? Il tempo lo dirà.
Intanto, benedetto standby e negazioni, Raja da Dubai rivendica la piena innocenza.
Barclays ha ammesso nel rapporto trimestrale di aver preso una mazzata da 228 milioni di sterline (308 milioni di dollari), mentre Santander sembra che abbia messo il naso nel pasticcio per circa 267 milioni di dollari. La HSBC ha segnalato un deprezzamento da 400 milioni di dollari, perdite originarie da un accordo di credito con Apollo-backed Atlas SP. Mica bruscolini.
Non contenti, i documenti d’insolvenza citati da testate autorevoli espongono all’esame pubblica un panorama ancor più tetro di esposizioni: Elliott Management sventola un’esposizione da 200 milioni di sterline; Jefferies si accontenta – si fa per dire – di 103 milioni che includono già un rosso da 20 milioni; Wells Fargo, invece, ha un piatto da 143 milioni. E non dimentichiamo Avenue Capital e Castlelake con circa 98 e 70 milioni rispettivamente. Ovviamente, aspettiamo che un miracolo di recupero riduca il danno, anche se è un po’ come sperare che un naufrago venga salvato da un pesce volante.
Il referendum (mai chiesto) sul credito privato
Gli esperti del settore sostengono che questo disastro sia un campanello d’allarme sul livello di realismo e trasparenza con cui banche d’investimento e gestori patrimoniali devono ormai misurare la propria esposizione reale al rischio, specialmente in contesti cosparsi da strutture creditizie così elaborate da far impallidire anche il più esperto degli hacker finanziari.
Sumit Gupta, CEO di Oxane Partners, non manda certo a dire: la botta MFS sottolinea tutti i pericoli insiti nelle doppie garanzie, nelle frodi potenziali e nel rischio di controparte generato da quel groviglio di “strati di finanziamenti” che compongono il panorama tra strutture bancarie, cartolarizzazioni e capitali privati nei prestiti specialistici.
Gupta ha dichiarato via email:
“La situazione di MFS dovrebbe essere vista meno come un referendum sul credito privato e più come un chiaro segnale della necessità di controlli robusti a livello operativo per catene di finanziamento complesse come queste. Rende evidente quanto sia difficile vedere chiaramente i rischi quando i dati si perdono tra tanti livelli incrociati.”
In altre parole, se pensavate che finanziare prestiti strambi con garanzie raddoppiate fosse un gioco da ragazzi, preparatevi a riempirvi gli occhi di realtà meno comode. E meno divertenti. Ma si sa, qualche volta il gioco vale la candela… finché non scoppia come una bolla tossica.
Ma non temete, il settore si sta già dando da fare per migliorare la “sorveglianza” dei dati sui prestiti, la segnalazione dei collaterali e i processi di governance, tutto grazie al crollo recente che ha fatto sobbalzare qualcuno – un vero toccasana per la verifica e la rigenerazione delle procedure ultraprotezioniste.
Nick Tsafos, partner incaricato di EisnerAmper a New York, ha spiegato, via email a CNBC, che i finanziatori dovrebbero fare quel piccolo sforzo in più e non limitarsi a fidarsi ciecamente di ciò che i mutuatari raccontano, ma valutare autonomamente i collaterali, le rivendicazioni e i rischi lungo tutta la durata del prestito.
“Mantenere il controllo ogni volta che sia possibile è fondamentale”, ha affermato Tsafos, quasi come se fosse una strana idea rivoluzionaria. Ha inoltre aggiunto che spesso i guai iniziano proprio dopo l’erogazione dei fondi, un dettaglio che, a quanto pare, qualcuno aveva dimenticato di considerare prima.
Il BDLA (associazione del settore prestiti) ha scelto invece una linea da sempre ambigua: non commenta singole aziende o specifici accordi di finanziamento. Più interessante è la dichiarazione del suo amministratore delegato, Adam Tyler, che sottolinea come mantenere standard elevati sia la “priorità centrale” per l’organismo.
Tyler ha voluto rassicurare dicendo che ai membri è richiesto di rispettare un Codice di Condotta, monitorato regolarmente – perché si sa, basta un controllo ogni tanto e il mondo si sistema – con l’obiettivo di promuovere “trasparenza, prestiti responsabili, comunicazione chiara e trattamento equo dei clienti”.
In aggiunta, il BDLA sostiene tutto questo bla bla bla attraverso l’impegno degli associati, la formazione professionale e un continuo dialogo con legislatori e autorità di regolamentazione, per poter magari un giorno accogliere sul serio il significato di quelle parole altisonanti.
Chi avesse voglia di seguire un flusso costante di “notizie affidabili” questa è la scelta ideale, per non perdersi neanche un minuto di questo meraviglioso teatro dell’assurdo, nelle infinite sfaccettature di un settore che continua a stupirci per il suo talento nel complicarsi la vita da solo.



