I dati definitivi dell’Istat arrivano come una doccia fredda degna di un film di serie B: ad aprile gli italiani si sono beccati una bella mazzata inflazionistica, roba da far impallidire persino i bollettini di guerra. La causa? Ovviamente la guerra in Iran, quella miccia accesa da Usa e Israele, con tanto di blocco dello stretto di Hormuz. Risultato? L’inflazione è schizzata all’1,1% su base mensile e addirittura al 2,7% annuo, un salto notevole rispetto all’1,7% di marzo. Certo, un pizzico meno rispetto alla stima provvisoria del 2,8%, ma chissà quanto ci durerà. Come ciliegina sulla torta, il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimiliano Dona, definisce il fenomeno “un rialzo choc, il primato più alto da settembre 2023, con un’impennata mensile da record che non si vedeva dall’ottobre 2022, all’insegna della guerra in Ucraina”.
L’Istat stesso conferma che la causa principale è il balzo dei prezzi energetici, che passano da un -2,1% a un incredibile +9,2%, mentre il carrello della spesa si ingrassa del 2,3%, quasi un centesimo in più rispetto a marzo. E se pensavate che quel +1,1% mensile fosse trascurabile, beh, i prodotti di uso quotidiano invece sono lievitati del 4,2%, un tasso da far tremare i portafogli dei più incauti consumatori.
Quanto costa la festa dell’inflazione per le famiglie italiane
Massimiliano Dona ci arma di cifre per questa brutta serata: “Un’inflazione al 2,7% sulla base annua significa che una coppia con due figli dovrà sborsare 1.024 euro in più all’anno solo per mantenere lo stesso tenore di vita, di cui 269 euro solo per alimenti e bevande analcoliche, senza contare un ulteriore salasso di 286 euro per il resto del carrello della spesa”.
Per chi ha un solo figlio, la musica non cambia: 940 euro extra all’anno, con 236 euro per i soli cibi e bevande e 252 per il carrello tutto compreso. Insomma, la “media” famiglia italiana vorrebbe piangere 731 euro in più nello stesso periodo, di cui 185 destinati a soddisfare il palato sempre più caro.
Il Fondo Monetario Internazionale, però, è un incubo a occhi aperti: ha calcolato che nell’ipotesi più “normale” il rincaro pesa 450 euro a famiglia, ma se le cose peggiorassero, potremmo arrivare a un’emorragia fino a 2.270 euro. Quel che è certo è che il comparto alimentare fa da protagonista negativo, stremato non solo dai costi delle materie prime ma anche da quelli dei trasporti, che ormai galoppano come cavalli imbizzarriti.
Nessuno si salva dai rincari esagerati: i pomodori si guadagnano il titolo di “campioni del mondo degli aumenti” con un +33,6% rispetto all’anno scorso, seguiti da melanzane (+28,5%) e piselli (+27,3%). La lista dei salassi continua con legumi balzati del 20,4%, carciofi al 17,3%, limoni più cari del 14,2%, e per non farci mancare nulla, fagiolini freschi cresciuti del 14,1%, cavolfiori e broccoli +13,4%, peperoni su del 8,9%, senza dimenticare carne bovina e uova, anche loro alle prese con un +8,3%.
Insomma, la cucina italiana sta passando di moda… o forse è solo un modo elegante per dire che ci stanno derubando in piena regola.
E come ciliegina sulla torta, Dona conclude con il non certo rassicurante avvertimento: “Temiamo che questo sia solo l’inizio”. Che sia arrivata l’Apocalisse dei prezzi? Restiamo con il fiato sospeso, pronti a sfornare nuove terribili previsioni dal fronte inflazione.
Oh, l’eterna saga dell’aumento dei prezzi continua a regalarci momenti indimenticabili: dagli energetici agli alimentari, passando per plastiche e fertilizzanti, ogni settore sembra aver deciso di partecipare a questa gara di rincari senza pietà. La situazione è talmente grave che finalmente qualcuno si ricorda di invocare misure urgenti e risolutive, come se qualcuno fino ad ora avesse dormito sonni tranquilli mentre le bollette crescevano più velocemente dei prezzi al supermercato.
In un colpo di genio da far girare gli occhi, si propone di ripristinare un taglio più consistente delle accise sulla benzina. Già, perché toglierle troppo presto è stata sicuramente una brillante strategia. Pure la solita rimodulazione temporanea dell’IVA — perché cosa c’è di meglio che continuare a giocare col fuoco fiscale sui beni essenziali? Ah, e non dimentichiamo la “meravigliosa” idea di disaccoppiare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del gas: un sogno nel cassetto da realizzare ieri, ma che aspetta ancora di vedere la luce.
Tra le altre perle, un bonus energia più corposo e rivisto in modo da abbracciare più famiglie, un Fondo per contrastare la povertà energetica e alimentare (perché ovviamente la povertà non si combatte tagliando la spesa ma distribuendo bonus temporanei) e una riforma promessa degli oneri di sistema — quella promessa che sembra più un mantra ripetuto da anni senza alcun risultato pratico.
E come ciliegina sulla torta dell’ipocrisia, aumentiamo controlli e sanzioni contro la speculazione lungo le filiere, mentre ci promettono di tassare adeguatamente gli extraprofitti delle aziende energetiche. Tradotto in pratica, cioè prendere un po’ di soldi a chi guadagna troppo per darli a chi non ce la fa, sperando che così il sistema si salvi e nessuno si accorga che intanto la crisi avanza impunita.
Numeri che non mentono (o forse sì)
Passando ai dati tecnici, sì, i prezzi sono saliti, soprattutto quelli degli energetici non regolamentati. Dalla scontata discesa di un misero -2% siamo passati a una sbalorditiva impennata del +9,6%. Le meraviglie del mercato libero! Anche quelli regolamentati non stanno a guardare, passando da -1,6% a +5,3%, perché la parola “regolamentato” evidentemente non significa niente quando si tratta di mantenere la stabilità dei costi.
Pure gli alimentari non lavorati hanno deciso di esser protagonisti, con un aumento che di anno in anno schizza dal +4,7% al +5,9%. Nel frattempo, i servizi ricreativi e culturali rallentano appena, un piccolo sollievo da +3% a +2,6%, ma basta davvero poco per mandare tutto in fumo. E che dire dei trasporti? Sono quasi in frenata a +0,6%, forse l’unico segnale che qualche stagione stia cambiando, ma non ci facciamo troppe illusioni.
L’inflazione di fondo, tanto cara agli economisti distratti, quella che esclude energetici e alimentari freschi, mostra solo un lieve rallentamento da +1,9% a +1,6%. Un sorriso amaro, visto che l’inflazione al netto dei soli beni energetici cala appena da +2,1% a +1,9%. Tradotto: il mal di pancia dell’economia persiste, ma senza drammi esagerati, perché altrimenti che gusto ci sarebbe.
Il mese in pillole, o come far sembrare tutto peggio
Non è finita qui: nel confronto mensile, il generalissimo aumento dell’indice prezzi è dovuto soprattutto all’aumento sfrenato degli energetici non regolamentati, +5,4%. Gli alimentari non lavorati rincarano del 2%, mentre i servizi legati ai trasporti e quelli per la cultura e la cura personale salgono rispettivamente dell’1,7% e dell’1,4%. Questi sussulti positivi per il mercato fanno parte di un quadro d’insieme tanto illusorio quanto demoralizzante. L’unica nota “positiva”? I prezzi degli energetici regolamentati calano di uno 0,3%, come un tentativo di salvare almeno la faccia.
Infine, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca), quell’indicatore tanto amato dagli statistici, segna un +1,6% su base mensile: merito della finestra dei saldi stagionali, che come sempre non viene considerata dall’indice nazionale (Nic). Su base annua, però, si passa da un modesto +1,6% di qualche mese fa a un più robusto +2,8%. La stima preliminare era addirittura peggiore, +2,9%, ma non si poteva rovinare così tanto la festa.
Per chi volesse occuparsi delle famiglie operai e impiegati, l’indice nazionale prezzi al consumo (Foi), escludendo tabacchi, registra un aumento mensile dell’1,0% e uno annuale del 2,6%. Tradotto: la strada verso un potere di acquisto decente rimane un miraggio, ma almeno le statistiche ci danno qualche numero con cui distrarci.



