Salone del libro Stefania Auci svela finalmente la sua lista privata di Leoni preferiti come se fosse il segreto di Stato

Salone del libro Stefania Auci svela finalmente la sua lista privata di Leoni preferiti come se fosse il segreto di Stato

Al Salone del Libro di Torino, un evento che ci ricorda ogni anno quanto si possa stillare cultura a fiumi senza mai perdere il fondo dell’ilarità, Stefania Auci si presenta allo stand de La Stampa con la sua famosa Saga dei Florio. Titoli altisonanti come I leoni di Sicilia, L’alba dei leoni e L’inverno dei leoni vengono esibiti non come banali racconti d’appendice, ma come colonne portanti di una narrazione che, a dieci anni dal debutto del primo romanzo, pretende di vestire i panni dell’intramontabile e del letterariamente imperturbabile.

Ovviamente, non poteva mancare il solito mantra sul “valore immutato della scrittura” e, ciliegina sulla torta, sull’inflessibile rigore delle fonti storiche. Perché, si sa, nulla dice “romanzo storico” come l’impegno spassionato di andare a cercare documenti sparsi per mezzo mondo, soprattutto quando l’Italia sembra ancora in preda a una modernizzazione che definire lenta sarebbe un complimento. Un mondo in cui la digitalizzazione delle fonti è praticamente un miraggio, avvolto nell’immobilismo istituzionale e culturale.

Ma non è solo questione di polverosi archivi e antiche pergamene. La saga, ci dice l’autrice, mette in scena eventi devastanti e storicamente epocali come i grandi terremoti che hanno colpito la Calabria e la Sicilia, con tanto di dettagli sugli effetti sociali e urbanistici. Un tocco di realismo drammatico che trasforma il romanzo in un affresco epico, imperdibile per chiunque ami districarsi tra detriti, macerie e drammi familiari.

Passando allo stile narrativo, l’assenza di scene di sesso viene giustificata con una lodevole forma di rispetto verso i protagonisti – come se, davvero, bloccare certi dettagli potesse elevare l’opera a qualcosa di sacro e intoccabile. Una scelta che può anche essere interpretata come un modo elegante per non dover affrontare certe complicazioni narrative o, più semplicemente, per non sporcare l’elegante mantello della saga con banalità da feuilleton.

Infine, ma non meno importante, la dolce sofferenza di un’autrice per i suoi “protagonisti più amati”, come se questi personaggi fittizi potessero, con una coerenza emotiva tutta letteraria, competere con drammi e passioni umane reali, o addirittura scatenare quel coinvolgimento emotivo che giustificherebbe pagine su pagine di premi nobili e saghe familiari. Un amore artistico da romanzo d’altri tempi, condito da quella buona dose di nostalgia che fa tanto “romanzo storico di successo”.

I risultati dell’indagine storica

L’ammirevole giro del mondo della ricercatrice ci ricorda come ancora oggi, nel nostro amato Bel Paese, serve un piccolo viaggio di piacere oltreconfine per trovare ciò che manca nelle biblioteche e negli archivi nazionali. Evidentemente, affidarsi solo alle nostre disastrate infrastrutture digitali non è sufficiente, e bisogna scomodarsi tra capitali europee o oltre, tra biblioteche storiche le cui polveri sicuramente contrastano con l’alta definizione delle epoche narrate.

Ma la vera epifania è l’esperienza di ritrarre catastrofi naturali quali moti tellurici senza scadere nel melodramma o nel mero racconto da cronaca locale: qui la ricerca si fa sociale e urbanistica, perché un terremoto non significa solo crollo di mura, ma anche quello di istituzioni, rapporti sociali e, tanto per non farci mancare nulla, perfino di architetture emotive.

Narrativa senza lussurie e con parecchio affetto

Il rispetto per i personaggi si traduce dunque in una preventiva censura erotica, che trasforma quella che poteva essere passione in pura modellistica da salotto letterario. Non una sola scena di sesso, ripetiamo. Una scelta apparentemente nobile, ma che a un senso più cinico può sembrare un modo per evitare complessità narrative o forse la consapevolezza che certe scene sarebbero state più comiche che seducenti.

Nel frattempo, attraverso il canto d’amore per alcuni personaggi, Stefania Auci ci regala quella melassa narrativa intrisa di attaccamento tipico di chi si affeziona tanto alle proprie creature da oziare nella descrizione. Non fosse che la passione si trasforma nel miglior trucco per celare qualunque carenza di tensione drammatica o di evoluzione psicologica. Insomma, un autentico capolavoro di “fiction affettiva”, da sfoggiare come esempio ai neofiti del romanzo storico.

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