Al Salone del Libro di Torino, Domenico Petrolo si lancia in un’altra brillante analisi presentando il suo libro: La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare. Come se non bastasse la carrellata di slogan da bar, ci regala la nuova tesi: abbiamo cambiato epoca. Non è più questione di lotta tra classi sociali, abbandonate i vecchi rancori economici, ora si combatte tra identità culturali – quelle che, guarda un po’, sembrano molto più simpatiche e profondamente minacciate da questo mondo ’globalizzato’ che tanto ci piace ignorare.
Secondo Petrolo, gli elettori che popolano i movimenti populisti e nazionalisti dell’Occidente non si accontentano più di qualche briciola economica o di un welfare un po’ più generoso. No, loro vogliono di più: vogliono la protezione del “proprio mondo” – quel mondo così fragile e sgangherato, apparentemente sull’orlo del collasso per colpa dei timori legittimi verso il diverso, il nuovo, il cambiamento. Vogliono che la loro identità venga riconosciuta e tutelata, come se fossimo tutti qui a rischiare di perdere la carta d’identità culturale ogni mattina appena ci svegliamo.
Il messaggio è chiarissimo: i salari e il welfare sono roba vecchia, roba da perdenti. Quel che conta davvero è agitare il vessillo dell’orgoglio nazionale e dei valori immutabili, da sbandierare in polemica coi guasti del progresso e la minaccia dell’altro. Il popolo ha deciso: meglio sentirsi minacciati e nostalgici che realisti e solidali, perché – diciamolo chiaramente – comportarsi così è di gran moda.
In fondo, cosa c’è di più rassicurante che rimpiangere un passato che forse non è mai esistito come lo ricordiamo? Meglio costruire muri ideologici e confini di rabbia, piuttosto che chiedersi se davvero la tanto agognata redistribuzione possa migliorare la vita di tutti, invece di soffocare l’ego con lacrime di orgoglio ferito.
Tra Brexit, Trump e il grande spettacolo dell’identità
Lo spettacolo è pronto: da una parte abbiamo le élite che, con la loro becera tecnocrazia, sognano un mondo senza confini, senza radici, senza bandiere. Dall’altra, un esercito di elettori che crede di salvarsi aggrappandosi al passato, urlando slogan e facendo del rancore il proprio sistema immunitario.
Nei libri, si discute di crisi economiche e sviluppo sociale; nella vita reale, si balla al ritmo di identità, orgoglio e valori. Perché il dilemma vero non è come migliorare il benessere collettivo, ma come nutrire quel così dolce senso di appartenenza minacciata. Tutto il resto diventa dettagli fastidiosi, roba da speziali.
Insomma, da Brexit a Donald Trump, la narrativa si costruisce su un “noi contro loro” che sembra più uno slogan per vendere libri che una proposta politica ragionevole. Una lettura semplice e lineare per periodi complessi, perfetta per chi ama la semplicità che nasconde menzogne e lardi politiche.
Che dire, allora? Forse siamo destinati a un’epoca in cui non conta più quanti soldi hai o come distribuisci la ricchezza, ma a quale identità culturale puoi aggrapparti per non sentirti perso. Una stagione in cui la paura e l’orgoglio soffocano la ragione e il buon senso, creando una miscela esplosiva di illusioni e contraddizioni.



