Iran in fiamme: dopo il “bel lavoro” di Usa e Israele, cosa succede davvero? Seguici in diretta per il dramma senza fine

Iran in fiamme: dopo il “bel lavoro” di Usa e Israele, cosa succede davvero? Seguici in diretta per il dramma senza fine

Lo Stretto di Hormuz, quel delizioso angolo di mare dove si gioca la partita del petrolio mondiale e della diplomazia internazionale, è nuovamente protagonista delle cronache. Le scintillanti Guardie Rivoluzionarie iraniane, non nuove a gesti plateali, hanno annunciato con orgoglio che decine di imbarcazioni, alcune addirittura cinesi – perché nulla deve essere lasciato al caso – hanno transitato seguendo i “protocolli di gestione” appena inventati da Teheran. E proprio mentre il duo da sogno costituito da Donald Trump e Xi Jinping discute animatamente sulla “sicurezza” di questa rotta strategica, il sipario si alza sulla nuova (e immancabile) crisi.

Il sempre pacifico ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – noto per la sua leggiadria verbale – ha puntato il dito verso Stati Uniti e Israele, accusandoli di un mix esplosivo di “espansionismo e bellicismo”. A quanto pare, l’instabilità mediorientale sarebbe una situazione “in cui perdono tutti”, compresi, naturalmente, gli aggressori. Una rivoluzionaria visione d’insieme degna dei migliori manuali di retorica diplomatica.

Nel frattempo, sul versante militare, il quotidiano balletto di bombe e droni prosegue inesorabile. Alcuni poveri civili israeliani hanno avuto la sfortuna di incappare in un drone esplosivo lanciato dall’inarrestabile Hezbollah. Ovviamente, i feriti sono stati celermente evacuati e portati in ospedale, perché la crudeltà della guerra ha bisogno di gesti minimali di umanità.

Dalla lontana Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha tenuto a precisare che gli Stati Uniti sono perfettamente autosufficienti nella gestione del dossier iraniano e che non hanno alcun bisogno dell’aiutino cinese. Ma – e qui la truffa diplomatica si fa più sottile – ha confermato che Trump e Xi hanno comunque trovato un “terreno comune” proprio sulle questioni riguardanti lo Stretto di Hormuz, un luogo cruciale per l’equilibrio geopolitico ed economico globale, nonché teatro abituale di grande cinema politico.

Hezbollah

Ecco l’inseparabile drama: Hezbollah, ammantato di eroismo, rivendica di aver colpito un gruppetto di soldati israeliani a Rosh Hanikra, località strategica al confine tra Israele e Libano. Il tempismo è impeccabile, visto che delegazioni israeliane e libanesi stanno giusto rimettendo in piedi i colloqui per rinnovare l’ennesima, fragile tregua a Washington. Una tregua che scade timidamente, lasciando il palcoscenico aperto a colpi scenici.

Secondo fonti ufficiali del comando israeliano e del Galilee Medical Center, l’esplosione del drone in un parcheggio ha causato la ferita di quattro persone, con uno in condizioni “critiche” (per usare un eufemismo diplomatico). Dall’altra parte della barricata, l’agenzia libanese ANI parla di raid aerei israeliani nelle regioni sud-orientali del Paese, facendo ben capire come il meccanismo della reciproca “escalation” funzioni a pieno ritmo.

Le stesse forze militari israeliane vantano ben 65 siti di Hezbollah colpiti nel sud del Libano nelle ultime 24 ore — una performance impressionante per chi auspicherebbe pace. Nonostante una tregua in corso dall’aprile scorso, la conta delle vittime nel Libano ha superato quota 400, mentre l’esercito di Tel Aviv piange 18 soldati e un appaltatore dall’inizio di questo interminabile balletto di odio.

Il caro vecchio accordo nucleare iraniano: una bomba rimandata

L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, sempre pronto a rispolverare il passato, ha difeso strenuamente l’accordo nucleare del 2015 con Teheran. Pare che questo famigerato patto abbia “limitato il programma nucleare iraniano senza scatenare un conflitto regionale più ampio”. Una dichiarazione poetica che sembra ricordarci che, in fondo, qualcosa di buono si poteva fare anche senza lanciare missili e senza affondare intere città.

Quindi, ricapitolando: il mondo si barcamena tra trattative segrete, accuse reciproche a suon di “espansionismo” e “bellicismo”, feriti sparsi e attacchi dronici a ciclo continuo. E tutto questo mentre i leader globali si sorridono in faccia, magari davanti a un tè, discutendo di “sicurezza” e “protocolli” come se fossero ordinazioni al bar.

Insomma, lo Stretto di Hormuz è il ring ideale dove potersi scambiare colpi di retorica e missili, mentre il resto del mondo osserva, infradito ai piedi e popcorn in mano, la telenovela infinita di una pace che sembra sempre più un miraggio lontano.

Ah, la magia della diplomazia moderna: si rimuove il 97% dell’uranio arricchito dell’Iran senza mai sparare un singolo missile. Geniale, vero? Obama ha fiutato l’opportunità e ha colto l’attimo, basandosi su quel piccolo dettaglio chiamato “valutazioni dell’intelligence” degli Stati Uniti e di Israele. Non male per un accordo internazionale che prometteva di salvare il mondo senza nemmeno alzare un dito, o meglio, senza dover chiudere lo Stretto di Hormuz e schiacciare qualche bottone nucleare.

Obama ha sbottato orgoglioso:

“Ci siamo riusciti senza lanciare un missile. Abbiamo recuperato il 97% del loro uranio arricchito. Non c’è dubbio che abbia funzionato. E non abbiamo dovuto uccidere un sacco di gente né chiudere lo Stretto di Hormuz.”

Calculate the Fragile Cessation of Hostilities

Nel frattempo, nel meraviglioso mondo della pace – o, più precisamente, di quelle pace fragili come cristalli in una stanza di elefanti – ci ritroviamo a osservare i delicati e quanto mai ironici tentativi degli Stati Uniti di “favorire” un’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano. Il tutto mentre si contano le vittime di ineffabili raid israeliani, un conteggio che sembra più una tragedia ripetuta che una guerra senza fine. Un vero affare, questa “pace”.

Nel frattempo, dall’altra parte del globo, il presidente Donald Trump fiuta il vento della diplomazia e da Pechino lancia la sua dose di ottimismo sulle “miracolose” manovre della Cina nei confronti dell’Iran. Un vero spettacolo di equilibrio politico – o forse solo un numero di equilibrismo per non cadere nel ridicolo.

Così, mentre Libano e Israele continuano a giocare al gatto col topo, gli ambasciatori si incontrano per due giorni di colloqui al Dipartimento di Stato, con Israele che si presenta accompagnato da ufficiali militari, perché la guerra fa sempre bella figura nelle riunioni diplomatiche.

L’ultima volta che si sono visti? Alla Casa Bianca, con Trump che annunciava una proroga di tre settimane di un cessate il fuoco che, diciamo la verità, fa la figura di una tregua solo sulla carta, visto il contesto di guerra latente tra i due Paesi da… praticamente un secolo.

Certo, raffreddarsi per un paio di settimane può sembrare un grande successo. Ma chi conta le settimane in un conflitto infinito? Sicuramente, qualcuno con il conto alla rovescia più lungo della storia.

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