Sal Da Vinci stanco di Napoli trasformata in circo folkloristico: qui non siamo buffoni da baraccone

Sal Da Vinci stanco di Napoli trasformata in circo folkloristico: qui non siamo buffoni da baraccone

Sal Da Vinci rigetta con freddezza l’idea che la cultura partenopea debba ancora essere raccontata con quei piacevoli stereotipi folkloristici da cartolina all’amatriciana. Perché, evidentemente, noi napoletani non siamo mica tutti buffoni casinisti da mettere in vetrina come esemplari viventi del caos organizzato.

A meno di due giorni dalla finale dell’Eurovision Song Contest di Vienna e col merito non proprio trascurabile di record di streaming (facile quando si parla di “Per sempre sì”), Sal Da Vinci si lancia dritto nel turbine delle polemiche, incurante dei fischi che hanno accompagnato la sua partecipazione alla gara europea dopo la vittoria a Sanremo.

Secondo Sal Da Vinci, Napoli non è un’isola incantata a sé stante, né un bancomat da cui attingere folklore a basso costo, ma “una delle anime più riconoscibili nel mondo”, grazie alla poesia, al teatro e soprattutto alla musica, che ha saputo mantenere intatto l’incanto originario. Insomma “’O sole mio” non è soltanto una melodia, ma una bandiera che fa commuovere platee internazionali; e lui, ci tiene a precisare, ha girato il mondo e se l’è sentito ripetere decine di volte.

Le critiche e i pregiudizi sono ancora di casa? Oh, certo che sì:

«Per anni hanno dileggiato artisti come Gigi D’Alessio o Nino D’Angelo, ma paradossalmente quelle stesse canzoni vengono cantate di nascosto, spesso sotto la doccia, anche da intellettuali che poi ne fanno mistero. Insomma, la doppiezza italica nei suoi massimi sistemi. A questo si aggiunga la valanga di “leoni da tastiera” sui social, pronti a scatenare la polemica più futile solo per attenzioni. Pare che parlar male sia il miglior modo per farsi notare».

“Per sempre sì”: troppo tradizione per l’Eurovision?

Se qualcuno ha pensato che la tradizione musicale napoletana fosse un handicap per vincere, Da Vinci risponde con i fatti e, soprattutto, con l’applausometro di una platea internazionale che ha dimostrato il contrario. La sua ricetta? Un delicato mix di “cuore ancorato al passato ma testa proiettata alla modernità”.

In pratica: «un ritmo moderno, una danza contemporanea, ma una canzone all’italiana che è riconoscibilissima e che fa sentire orgogliosi di essere italiani. Perché, diciamocelo, nessuno sa fare “l’italiano” meglio di noi che lo siamo davvero».

Un’identità italiana ancora in bilico?

Parlando di identità, Da Vinci getta uno sguardo tagliente anche sulla gioventù musicale italiana, quella trap e rap che spesso si dimostra più abile nel copiare modelli stranieri che nel costruire una propria narrazione culturale. Con rarissime eccezioni, come Geolier, Marracash e Lazza, che pur andando dove battono altri sentieri sono riusciti a non perdere le radici.

Le tensioni geopolitiche? La musica, dicono, dovrebbe unire

E che dire delle polemiche su Noam Bettan, il cantante israeliano in gara? Tra boicottaggi e risentimenti, il nostro saluta con ironia e umanità:

Sal Da Vinci said:

“Quel ragazzo fa una canzone d’amore in francese, cosa c’entra con le tensioni politiche internazionali? Capisco il dolore provocato dalla guerra – come quando penso ai bombardamenti vissuti dalla mia famiglia – ma la musica dovrebbe essere una coperta in cui rifugiarsi per alleviare le ferite del mondo e incollare le persone, non dividerle.”

Da Vinci svela un intrigante retroscena: mentre si preparava dietro le quinte, ha sentito proprio Bettan canticchiare “Per sempre sì” in italiano, il che fa sembrare meno ridicola la frase ufficiale dell’Eurovision: “United by music” – un motto che fa tanto spot pubblicitario mentre la realtà spesso fa a pugni con l’ideale.

Traduzioni e successo planetario

La canzone è stata tradotta in ben 13 lingue, un vero capolavoro di multilinguismo che mostra quanto il pezzo riesca a viaggiare oltre il mito della “italianità a targhe alterne”. Particolarmente apprezzate? Le versioni in francese – tagliente e chic – e addirittura quella araba, perché nel Mediterraneo, dice Da Vinci, “il napoletano ci sta come se fosse casa sua”.

A Vienna si sono pure azzardati a dire che gli italiani non amano così tanto il brano quanto gli stranieri. Il dato dagli studi di streaming, con oltre 80 milioni di clic, sembra invece parlare chiaro. Ma chissà, tanto vale lasciar correre.

Cadute, rinascite e il valore della famiglia

Da Vinci non si nasconde dietro al mito dell’artista intoccabile: la sua carriera è stata un tappeto di cadute e risalite, specie all’inizio, passando persino al fianco del padre, il cantautorato anche lui artistico. Ma il fallimento lo ha temprato:

«Sono caduto ma mi sono sempre rialzato. Non mi sento un divo, semplicemente un umile operaio della musica».

E se le gambe tremassero ancora? Non c’è problema:

«Mi leccerei le ferite e ripartirei come sempre». Nel frattempo, però, c’è sempre la famiglia a fare da scudo e da motore, inclusa la moglie Paola, i figli e i nipoti.

«Loro sono la mia carica vitale e la serenità. In fondo, la famiglia è l’unica cosa nella quale non ho mai fallito».

Progetti futuri? Il tour internazionale e quel concetto di nomade

Il disco “Per sempre sì”, in uscita il 29 maggio, è un passaggio obbligato che coniuga tradizione e modernità anche grazie a collaborazioni con Serena Brancale e il figlio Francesco, il quale ha messo mano anche a qualche testo. Tra i pezzi imperdibili, “Somigli a me”, quasi un testamento artistico e familiare.

Dopo Eurovision già si pensa a prendere l’aereo verso America e Canada, con date a Montréal, Toronto, Atlantic City, Boston e Chicago. E l’Italia? Ovviamente non resterà con le mani in mano, con tanto di concerti estivi per chi vuole ancora sentir parlare napoletano con accento contemporaneo.

Nonostante i suoi 57 anni, la parola “pensione” sembra starci lontano anni luce:

«Sono un nomade della musica, non so quando finirà, ma una cosa è sicura: siamo solo all’inizio».

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