In una fotografia d’archivio distribuita dall’agenzia statale russa Sputnik, vediamo Vladimir Putin, il presidente russo, e Xi Jinping, il presidente cinese, mentre passeggiano tra una mostra fotografica dedicata ai legami sino-russi a Pechino il 20 maggio 2026. Uno scatto studiato a dovere da Alexander Kazakov per immortalare l’alleanza di ferro, o forse di ghiaccio, tra queste due superpotenze così strategicamente affiatate… o no?
Il viaggio del Presidente Putin a Pechino si è concluso con grandi proclami sull’amicizia eterna con la Cina e un’impressionante pila di accordi bilaterali – peccato che il tanto sbandierato scongelamento del gasdotto “Potere della Siberia 2” sia rimasto un miraggio da cartolina. Evidentemente, non tutto va secondo i piani di una Moscova che sembra sempre più in balia della crescente egemonia di Pechino.
Il gasdotto “Potere della Siberia 2”: il sogno che si infrange
Diciamolo senza giri di parole: la tanto attesa svolta sul gasdotto tra Russia e Cina non si è materializzata. E pensare che si era promesso che “sarebbe stato discusso nei minimi dettagli”. Dopo l’invasione dell’Ucraina, con l’Europa che ha spalancato la porta a una drastica riduzione delle importazioni di gas russo, per Mosca questo progetto rappresentava la carta vincente per reindirizzare le sue esportazioni verso l’Oriente.
Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha cercato di dirci che un “intesa sui parametri chiave” c’è stata, ma che “alcuni dettagli restano da limare”. Una poetica e ambigua formula che si traduce concretamente in: tempi indefiniti e assenza di certezze pratiche. Peccato che Xi Jinping abbia deciso saggiamente di non nominare il gasdotto nemmeno di sfuggita. Il che, detto in soldoni, vuol dire un gigantesco passo falso per Putin, che poco prima della visita si era reso protagonista di qualche ammiccamento a un imminente accordo.
Lyle Morris, esperto in sicurezza nazionale cinese, ha riassunto apprezzabilmente la situazione:
“Non c’è modo di addolcire la pillola: Putin è uscito con la coda tra le gambe da questa trattativa.”
In pratica, Mosca adesso brama disperatamente di ridurre la dipendenza dall’Europa per il proprio gas, mentre Pechino, sempre più cinica, preferisce non affidarsi a un solo fornitore. Ricordiamoci che la Russia è storicamente tra i primi esportatori di energia per la Cina, soprattutto dopo che, a seguito di intrighi geopolitici tra Scilla e Cariddi (leggi: stretto di Hormuz), Mosca ha gonfiato le spedizioni di greggio a Pechino.
Se poi ricordiamo che nel settembre 2025 le due potenze avevano firmato un memorabile memorandum per spingere la costruzione del gasdotto, si capisce quanto siano davvero tenebrosi i motivi dello stallo: dissidi su prezzi, modalità di finanziamento e tempi di consegna, questioni che, per inciso, non sono esattamente un dettaglio.
Il gasdotto dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dalla Russia alla Cina, attraversando la Mongolia. Si tratterebbe di un completamento dell’esistente Potere della Siberia 1, che già oggi veicola quasi 38 miliardi di metri cubi all’anno. Ma, come si vede, per ora si tratta più di un progetto fumoso che di una realtà concreta.
Amicizia incrollabile… nei proclami
Nonostante l’incidente diplomatico gasiero, Pechino e Mosca hanno siglato un mega pacchetto di oltre 40 accordi. No, non vale la pena di chiedere il dettaglio: riguarda commercio, istruzione, tecnologia, sicurezza nucleare e altro ancora. Un modo elegante per dire “nonostante tutto, andiamo avanti con il teatrino dell’amicizia indissolubile”.
I due leader hanno celebrato l’inossidabile legame tra i loro paesi, promettendo di approfondire “buon vicinato e cooperazione amichevole”. Come se fossimo in una sceneggiata di fine secolo, Xi Jinping ha osato affermare che i rapporti bilaterali sono al “massimo storico”. Davvero? A meno che il massimo non si misuri in accordi scritti ma mai rispettati.
Certo, la Cina è il primo partner commerciale della Russia, ma Mosca rappresenta solo una piccolissima frazione di tutto il commercio cinese. Tradotto: il banco dei pesi pende decisamente verso Pechino. Una relazione che, giusto per usare un eufemismo, è meno paritaria di quanto si voglia far credere.
I due giganti hanno inoltre deciso di intensificare la fiducia militare tra loro con più esercitazioni congiunte, pattugliamenti aerei e marittimi. Non c’è niente di meglio che passi di danza sincronizzati per mascherare le ovvie divergenze di interesse.
Sul fronte internazionale, la Russia ha rinnovato il suo sostegno al “principio di Una sola Cina”, opponendosi fermamente a ogni forma di indipendenza per Taiwan. Dall’altra parte, la Cina ha continuato a sponsorizzare una “soluzione diplomatica” per il conflitto in Ucraina, mantenendo però un sostegno incondizionato alla sovranità e all’integrità territoriale russa. Nulla di sconvolgente, ovviamente, visto che gli interessi condivisi si spostano sempre su quel filo di ambiguità che fa comodo ad entrambi.
Una condanna (quasi) diplomatica a Washington
Nell’ormai classico gioco delle parti, Mosca e Pechino hanno lanciato un’aperta condanna nei confronti di quelle fastidiose “potenze esterne” (leggasi: Washington) che si permettono di bombardare paesi terzi, ammazzare leader sovrani e sabotare stabilità politica domestica altrui. Una sonora ramanzina con il sapore di un invito a farsi gli affari propri, ovvero la versione raffinata di “Noi, eh?”. Quella solidarietà tra paesi autoproclamati “grandi” che si capisce essere più retorica di facciata che sostanza vera.
Il rituale di benvenuto davanti alla Grande Sala del Popolo, con un’imponente salva di 21 colpi echeggiante su piazza Tiananmen, ha dimostrato una raffinata strategia diplomatica: mantenere un’”equivalenza approssimativa” tra i due leader, secondo Evan Medeiros, esperto di studi asiatici. Insomma, un’equilibrio delicato per non far arrabbiare nessuno, anche se trattare Trump come un magnate commerciale e Putin come un signore dell’energia è una sottile aspirazione a mettere in scena il confronto tra il soldo e il petrolio.
Gli ha fatto eco Medeiros osservando che Xi Jinping sta giocando la sua carta per diventare punto di riferimento globale, una centralità che non si limita alla semplice accoglienza cerimoniale, ma si estende a una serie di incontri con leader provenienti da ogni angolo del mondo—Europa, Medio Oriente, Africa, nonostante le inevitabili controversie e le sanzioni che orbitano attorno alla Russia. Insomma, Xi vuole farsi vedere come una potenza indispensabile, e certi sorrisi rabbuiati tra i diplomatici americani probabilmente confermano il piano cinese.
E mentre Putin può vantare oltre venti visite in Cina durante i suoi più di venticinque anni al potere, Trump si limita a incassare la seconda, come se si trattasse di una gita scolastica. Però nulla di tutto questo passa inosservato. I giochi di potere si fanno così: tra sfilate, discorsi studiati a tavolino e l’eterna danza del rispetto e del disprezzo mascherato da diplomazia, che fa tanto “Siamo amici, ma anche un po’ rivali”.



