Usa e Cina: quando il Dragone decide di giocare sporco e tiene il coltello ben stretto

Usa e Cina: quando il Dragone decide di giocare sporco e tiene il coltello ben stretto

Il tanto atteso vertice a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping arriva proprio nel momento più delicato ed equilibrato, come una corda tesa sulla voragine pronta a spezzarsi, nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. E attenzione, perché stavolta sul piatto non ci sono più solo da regolare le solite beghe sul commercio: ci troviamo davanti a una confluenza di guerra economica, crisi energetica, competizione tecnologica e una deterrenza militare da reality show, tutti ingredienti che minacciano di esplodere in una super crisi sistemica, degna del miglior thriller geopolitico.

Ormai “catene di approvvigionamento”, semiconduttori, intelligenza artificiale, terre rare e dati sensibili sono stati elegantemente trasformati in veri e propri strumenti di sicurezza nazionale. Così, la competizione tra USA e Cina ha deciso di passare a una fase di “decoupling gestito”, che suona tanto come un divorzio amichevole quanto è improbabile.

Il paradosso gigante di questa era? Gli eterni rivali strategici, Washington e Pechino, riescono ancora a fingere di essere partner indispensabili. Trump, da par suo, punta tutto su risultati tangibili e immediati da sfoggiare durante la prossima campagna elettorale americana: esportazioni agricole, qualche aereo Boeing ben piazzato, una tregua commerciale non troppo impegnativa e investimenti mirati. Insomma, la manovra delle cosiddette cinque “B” che riecheggia come una lista della spesa: Boeing, Beef, Beans, Board of Trade e Board of Investment. La strategia perfetta per continuare a fare gli amici senza rompere troppo i legami economici.

Dall’altra parte del tavolo, però, c’è Xi Jinping, che gioca con regole tutte sue, più sofisticate e meno immediate: le mitiche tre “T” – Tariffe, Tecnologia e Taiwan – marcano i confini della strategia cinese, con l’obiettivo di alleggerire la pressione americana su commercio, dominio tecnologico e sfera di influenza asiatica. Qui siamo nettamente su un piano diverso: Trump parla da mercante di affari, sogna “deal” e scambi veloci, mentre Xi pensa a trasformazioni storiche, a cicli industriali pluriennali, come se fosse in partita non per le elezioni del 2026, ma per dominare la scena globale dei prossimi decenni.

Non è affatto un caso che il XV piano quinquennale cinese tracci linee nette: Pechino vuole sopravvivere al contenimento occidentale, conquistare la supremazia nella manifattura avanzata e convertire la propria forza industriale in potere geopolitico permanente. Ah, la vecchia arte di trasformare fabbriche in influenza diplomatica! Senza dimenticare che, per fare tutto ciò, la Cina ha un disperato bisogno di mantenere i flussi commerciali e le esportazioni: la disoccupazione interna non si può andare a cercare, specialmente adesso.

Il bilanciamento tra guerre e strategie: Xi fa l’equilibrista, Trump lo guarda dall’alto in basso

A Washington questa situazione fa venire l’ansia: la cosiddetta “guerra economica” degli Stati Uniti, creduta come un freno alla corsa cinese, in realtà sembra più una benzina versata su un fuoco già vivo. Paradossalmente, la pressione americana potrebbe persino accelerare la corsa di Pechino verso l’autosufficienza tecnologica e la supremazia industriale.

Non è quindi un dettaglio che Trump si presenti con una corte di manager americani di prim’ordine, da Apple a Boeing, da BlackRock a Tesla. Qui risiede la beffa: mentre da un lato Washington grida al contenimento strategico, dall’altro una fetta del capitalismo americano non fa altro che rannicchiarsi tra le braccia del mercato cinese e delle sue sinuose catene di produzione. Un’amara doppia faccia perfetta per un romanzo di spionaggio economico.

Ma il quadro non sarebbe completo senza la piccola crisi iraniana, quella che fa tremare gli equilibri e che rende il quadro globale molto più complicato di un semplice duello commerciale. La guerra con Teheran ha prodotto un tris “magic” di effetti strategici: ha aumentato la vulnerabilità energetica mondiale, ha distolto risorse militari americane verso il Golfo e ha convinto la Cina che gli Stati Uniti non siano più in grado di mantenere contemporaneamente tutti i fronti accesi.

Così, mentre Pechino sorveglia lo stanco logoramento militare di Washington e la lenta ma progressiva ritirata delle portaerei americane dal Pacifico, a interrogarsi non è più se gli Stati Uniti vorranno difendere Taiwan, ma se saranno in grado di farlo efficacemente, mentre sono impantanati nel Medio Oriente. Ed è proprio qui che entrano in scena i due “colli di bottiglia” cruciali: Hormuz e Taiwan.

Hormuz regola il flusso dell’energia globale, mentre Taiwan tiene in pugno l’accesso alle tecnologie avanzate. Uno è il rubinetto del petrolio mondiale, l’altro l’interruttore dell’economia digitale. Senza giri di parole, Taiwan è l’”Hormuz del silicio”.

Così Iran e Taiwan smettono di essere crisi lontane e separate, per diventare i due grandi colli di bottiglia della globalizzazione contemporanea, punti critici che possono far saltare l’intero meccanismo.

L’incontro tra Trump e Xi assume dunque un significato che va ben oltre il semplice faccia a faccia: non si tratta più solo di controllare territori o far valere la forza militare, ma di gestire una rete intricata e spesso invisibile di equilibri strategici, economici e geopolitici. Una partita che nessuno dei due può vincere da solo, ma che entrambi fingono di voler giocare fino in fondo.

USA e Cina come di un momento di pace universale sarebbe fin troppo ingenuo. Il vero scopo? Evitare un cortocircuito nei rapporti già pergamene, intrisi di sospetti e ambizioni, che collegano Iran, Taiwan e Cina in un intricato groviglio di flussi energetici, tecnologici, logistici e finanziari degno di un romanzo poliziesco. Dimenticate la cooperazione autentica: oggi per “stabilità” si intende semplicemente che le cose peggiorino più lentamente.

Il rapporto tra Washington e Pechino è definito ormai da una “ostilità stabilizzata”, una convivenza all’insegna della diffidenza cronica e della competizione incalzante. Un yin e yang industriale e tecnologico dove entrambe le parti sono ossessionate dalle vulnerabilità sistemiche dell’altro. Gli USA tremano al pensiero della loro dipendenza dalle terre rare cinesi e di un possibile strangolamento tecnologico; la Cina rabbrividisce al rischio di escalation tariffaria e isolamento economico. Insomma, al vertice non si tratta di costruire ponti, ma di barcamenarsi nella paura reciproca, sperando che almeno i commerci non si interrompano tra un sospetto e l’altro.

Per non farsi mancare nulla, Washington punta il dito contro alcune società satellitari cinesi accusate di aiutare il Teheran con supporto geospaziale. Nell’incredibile pièce teatrale della politica globale, però, chiede proprio a Pechino di fare pressione sull’Iran per calmare le acque del conflitto. Una coerenza che definire fragile è un eufemismo. Evidentemente, la parola d’ordine è “pacta sunt servanda” finché conviene.

Un G2? No, grazie

Quello che si tenta di costruire è un perverso “G2 transazionale”: non certo l’alleanza dei sogni, ma una convivenza competitiva forzosa dove si continua a commerciare, a contenersi e nel frattempo a preparare il campo da battaglia strategico per il futuro. Detto in parole povere, un fragile armistizio su un sentiero di crescente ostilità. Limiti alle “guerre economiche”? Se ci riusciranno, festeggeremo come se fosse stata scoperta l’acqua calda.

Pechino vuole un’America che sia ancora abbastanza potente da mantenere mercati e rotte commerciali aperti, e dunque importare beni preziosi, ma tanto logorata da non riuscire più a contenere la supremazia cinese. Una strategia che rischia di assomigliare a quella di un giocatore che preferisce un avversario debilitato ma sul campo, piuttosto che uno eliminato con violenza, magari con conseguenze imprevedibili.

E forse, la miglior metafora della strategia di Xi Jinping sta in una citazione dall’Arte della Guerra di Sun Tzu: osservare le tigri che si sbranano dall’alto di una montagna. Da spettatore privilegiato, per ora.

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