Avevate dubbi sul fatto che Donald Trump sapesse come mettere il turbo alla diplomazia? Ebbene, la sua ultima trovata è il memorandum di intesa in 14 punti con l’Iran, firmato con tanto di sorrisi e strette di mano sincere, almeno quanto lo è un lancio di freccette a occhi bendati. Da non perdere il momento in cui Trump si scaglia contro le critiche al suo “accordo di pace”, definendo come “gelosi, cattivi o stupidi” chiunque osi pensare che non sia stato abbastanza duro con Teheran. Ah, la sottile ironia di minacciare un accordo di pace e al tempo stesso promettere bombardamenti. Una genialata che meriterebbe un premio Nobel dell’ambiguità.
Il neo-accordo non solo estende la tregua – anche in Libano, perché mica si può lasciare fuori la zona calda –, ma apre la durissima (quanto strategica) Striscia di Hormuz al traffico commerciale. Per dodici settimane, le navi possono passare senza pedaggi, dopodiché si vedrà. In teoria, l’Iran dovrà discutere con Oman e gli altri stati del Golfo su come amministrare la cosa, ma è chiaro che qui stiamo parlando di un esperimento di pazienza degno di un reality show politico.
Il memorandum, per la cronaca, prevede un piano di ricostruzione per l’Iran da ben 300 miliardi di dollari – niente male, soprattutto per chi aveva appena minacciato di stracciare ogni trattato precedente. Con un colpo di scena da manuale, Trump consente all’Iran il diritto di arricchire uranio e sviluppare missili balistici, roba che fino a ieri sembrava la linea rossa più rossa in assoluto. Evidentemente l’arte della negoziazione consiste nel trasformare le cosiddette “linee rosse” in semplici suggerimenti da ignorare.
Non fatevi ingannare dal mercato azionario alle stelle e dal prezzo del petrolio che scende dopo l’annuncio: quello che sta succedendo sarebbe un ottimo fenomeno da baraccone se non avesse implicazioni geopolitiche tutt’altro che banali. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha già spremuto ogni goccia di retorica per descrivere il documento come “storico”, preannunciando un “mondo diverso” per l’Iran e il Medio Oriente. Tradotto: il vero trionfo è per Teheran, che si è guadagnata a suon di milioni e concessioni sul campo quella che molti chiamano una vittoria strategica.
Una brillante analista del settore energetico ha commentato il testo evidenziando quanto sia ancora pieno di “dettagli da definire”, come la reale velocità di rimozione del blocco navale statunitense. Del resto, è sempre divertente sentire i grandi dell’economia e della politica insistere sull’importanza di dettagli tecnici mentre il mondo resta col fiato sospeso davanti all’ennesima soap opera internazionale.
Il solito show di ambiguità e minacce in sottofondo
Trump, durante il vertice del G7 a Evian-les-Bains, ha sperato che l’accordo porti pace e faccia scendere il prezzo del petrolio. In un tocco finale degno di un thriller, ha aggiunto che se l’Iran non rispetterà i patti, “non vuole farlo, ma siamo pronti a bombardare come si deve”. Immaginatevi la scena: un uomo che alterna minacce di guerra a sorrisi di pace, un vero professionista della comunicazione globale. Se vi steste chiedendo quale parte di questo quadro sia la realtà, beh, tenete il popcorn pronto.
Tre splendide conseguenze geopolitiche
Nel bel mezzo di quasi quattro mesi spesi in guerra, Trump tira fuori un accordo con Teheran che fa impallidire persino il famigerato JCPOA di Barack Obama. Come dimenticare quando lui stesso ha stracciato il piano nucleare con grande clamore? Ora, per ammissione dello stesso Trump, l’Iran potrà arricchire uranio e ricevere miliardi in fondi sbloccati – roba che fino a ieri era considerata inaccettabile. L’unica novità è che a differenza che nel passato, questa volta viene fatto con la solita imperturbabile faccia tosta.
In conclusione, questa pantomima chiamata “accordo di pace” resta una miscela esplosiva di interessi economici, tattiche politiche e ipocrisia diplomatica. Gli applausi? Per favore, lasciamoli agli attori di Hollywood; qui stiamo invece assistendo al più classico degli spettacoli di potere, con tanto di scintille, fumo e, molto probabilmente, fuochi d’artificio tra qualche mese.
Accordo del 2015, quello caro all’amministrazione di Obama, è stato definito dallo stesso come “una vergogna” per lui in quanto cittadino statunitense. Parlando con ABC News in un’intervista domenicale, proprio prima dell’annuncio del nuovo accordo, il buon Obama ha espresso il suo sincero scetticismo: dubita infatti che qualsiasi intesa proposta dall’amministrazione Trump sia “significativamente diversa” dal JCPOA, quell’insieme di clausole che tanti si ostinano a chiamare “accordo”.
Holger Schmieding, brillante economista capo di Berenberg, ci tiene a ricordarci che, finché i dettagli ufficiali non sono tutti sul tavolo, l’Iran “sembra aver vinto su quasi tutti i fronti”, stando alle informazioni trapelate finora. Ah, la diplomazia moderna! Nel frattempo, la guerra contro l’Iran ha inspiegabilmente rafforzato la presa dei Guardiani della Rivoluzione sul paese, nonostante il massacro di migliaia di protestanti in gennaio.
Dall’esperienza degli ultimi cento giorni, Schmieding trae ben tre conclusioni di geopolitica da manuale dell’assurdo. Primo: nonostante il fuoco a tutto campo, gli Stati Uniti non hanno neanche sfiorato i loro “nobili” obiettivi, come il cambio di regime a Teheran. Ha perfino indebolito la loro posizione geopolitica. Davvero un capolavoro.
Secondo: la guerra ha dimostrato – guai a parlarne in modo troppo serio – come potenze minori, grazie ai loro droni, riescono a mettere i bastoni tra le ruote alle grandi potenze militari. Un dettaglio che farà felici tutti gli strateghi da salotto.
E terzo: così come l’impennata dei prezzi del petrolio ha rimpolpato per un po’ le casse dell’inesauribile Vladimir Putin, la recente flessione dei prezzi farà male a Mosca. Se lo stretto di Hormuz riaprirà per davvero, la finanza russa tornerà a sudare freddo. L’ennesima ironia della storia.
Cosa succederà ora in Iran e dintorni?
Il National Iranian American Council, quel simpatico gruppo di pressione a Washington impegnato a sperare nella diplomazia tra USA e Iran, ha definito l’accordo “la più grande svolta diplomatica dalla fine della guerra”, scoppiata il 28 febbraio. Meno male, qualcuno vede il bicchiere mezzo pieno.
Peccato però che, tra tanto entusiasmo e titoli roboanti, il futuro di questo gioiellino rimanga un’incognita bella grossa. Non si contano già i nemici: da Israele, sempre in prima fila con il consueto prudente ottimismo, ai falchi di Washington, fino al gruppetto rumoroso dei conservatori iraniani che non vedono l’ora di far saltare tutto in aria.
Immaginate la scena: tifosi iraniani che sventolano bandiere fuori dal SoFi Stadium di Los Angeles, giusto prima di una partita contro la Nuova Zelanda. Un collage perfetto di sport, politica e realtà paradossali.
Torbjorn Soltvedt, analista principale per il Medio Oriente di Verisk Maplecroft, gioca a fare l’oracolo: dice che Teheran terrà un “importante potere di leva” quando si parlerà di programma nucleare, missili balistici e supporto agli “amici armati” in giro per la regione.
Secondo lui, le precedenti trattative avevano come sfondo minacce indirette alle rotte di trasporto e all’infrastruttura energetica, ma i disservizi causati in questi ultimi tre mesi e mezzo hanno dato all’Iran un vantaggio innegabile.
In soldoni: se stai nel medioriente e vuoi farti rispettare, niente di meglio che mettere in crisi il petrolio e gli approvvigionamenti. Una ricetta semplice, efficace e – soprattutto – perfettamente in linea con il teatro delle assurdità globali.



