Trump e il Golfo: quando la via obbligata diventa un autostrada per il caos

Trump e il Golfo: quando la via obbligata diventa un autostrada per il caos

Trecento miliardi: una cifra che dovrebbe far sbarrar gli occhi, ma non preoccupatevi, nel cervello di Donald Trump deve essere passata giusto come un fastidioso pensierino di mezza estate. Ricorda un po’ quella scena cult di Deepwater Horizon, dove il mitico Mr. Jimmy, il caposquadra della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico – pardon, d’America – avvisa il cinico dirigente Donald Vidrine, interpretato magistralmente da John Malkovich: «Risparmiare qualche spicciolo sulla manutenzione ti farà perdere miliardi in futuro». Ecco, guarda un po’, Mr. Jimmy si sbagliava di poco: il pozzo stava per diventare un colabrodo. Ma attenzione, ora non siamo più alla fantasia hollywoodiana – qui gli esperti suonano campanelli d’allarme ben più concreti.

Il messaggio è chiaro: o si libera urgentemente lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia infame per il petrolio mondiale, o le infrastrutture cominceranno a sgretolarsi peggio di un castello di sabbia. E per quando? Ecco il bello. Gli addetti ai lavori si litigano la data: potrebbe succedere ai primi di luglio o magari a settembre, insomma, un gentleman’s agreement a tempo indefinito.

Ed ecco la mossa del magnate più imprevedibile del pianeta: vuole chiudere l’affare in fretta. Del resto, c’è pure un compleanno da festeggiare e una serie di summit da presiedere, mica solo questioni energetiche! Venerdì è dietro l’angolo, ma per rimettere in marcia le petroliere e i mercantili, risvegliando gli impianti congelati nel Golfo, ci vorranno almeno due mesi di lavoro massacrante. Glielo hanno ribadito ufficialmente al Financial Times i principali attori del settore marittimo, ma roba non proprio da tempi biblici, insomma, il tanto agognato settembre sta già bussando.

Però aspetta, perché la storia è più intrigante e meno scontata. Prima ancora che il buon vecchio Trump decidesse di prestare orecchio ai “ragionevoli” iraniani (magari dopo qualche buon bicchiere di tè alla menta), i Servizi segreti americani avevano già messo in moto la macchina del compromesso clandestino. Un accordo tutto sommato delizioso e discretissimo, un patto segreto tra USA, Qatar e Iran, come svelato dalla CNN. Qual è il prezzo del biglietto? Lo scambio di miliardi parcheggiati a Doha in cambio del libero passaggio navale, proprio sotto l’occhio benevolo e persino accondiscendente dei Pasdaran nello Stretto e della Marina americana in agguato davanti alle coste iraniane.

Questo ballo di miliardi e navi è andato avanti nelle ultime settimane, mantenendo con grazia il mercato a repentaglio. Naturalmente, queste illuminanti sorprese contraddicono platealmente la favola ufficiale che ci raccontano i media occidentali, quella che non giocherebbe mai sporco. Ma le favole funzionano finché non arrivano i fatti a guastare la festa.

Proprio la scorsa settimana, secondo l’ultimo rapporto dell’Eia, c’è stata una nuova pietra miliare nel dramma petrolifero: le scorte strategiche americane di greggio sono calate al minimo storico dagli anni ’80, precisamente a 340 milioni di barili. Roba da far girare la testa, ma attenzione, perché allora la Strategic Petroleum Reserve era appena una creatura neonata, con sei anni di accumulo stentato alle spalle. Verso la fine di questo drammatico trimestre, gli USA hanno bruciato riserve al ritmo folle di un milione di barili al giorno. E la ciliegina sulla torta? Non si può mai arrivare a zero, bisogna fermarsi prima. Alcuni analisti suggeriscono un limite intorno ai 250 milioni, altri più pessimisti si fermano a 300. Tradotto: ci sono tra i 40 e i 90 giorni per lanciare l’allarme rosso.

Se poi volete la prova finale che l’orologio sta scandendo gli ultimi secondi, guarda il deposito di Cushing, Oklahoma. Questo magazzino ha una capacità massima di 79 milioni di barili, ma adesso è tristemente a soli 21,64. Con questa tendenza, in due settimane potrebbe sfondare il pavimento dei 20 milioni. Cosa significa? Che sotto quella soglia non ci sarà più abbastanza pressione per far scorrere il greggio sporco e pieno di impurità negli oleodotti. E per chi suona la campana? Per le raffinerie del Texas che, guarda che coincidenza, forniscono carburante anche all’Europa. Classicissimo effetto domino.

E torniamo a Mr. Jimmy, quel sant’uomo che conosceva ogni vite e rondella delle piattaforme, sempre a richiedere quei dannati investimenti per evitare che il sistema esplodesse. Nel teatrino nella testa di Trump si fronteggiano due fuoriclasse: da un lato gli esperti e i super manager del petrolio, disperati di ottenere i finanziamenti necessari; dall’altro una schiera di irriducibili economi, tra cui il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il capo della CIA John Ratcliffe, impietosamente decisi a non staccare la maxi tangente da 300 miliardi all’Iran. Sospirano, evidentemente, che sia meglio rovesciare un regime piuttosto che nutrirlo.

La partita finale è ancora aperta, ebbene sì, abbiamo solo due giorni per scoprire chi trionferà nella sfida: il buon senso o la corsa al tesoro. Basta sbirciare oltre la cortina fumogena delle dichiarazioni ufficiali per vedere che la posta in gioco è più che una semplice questione di petrolio. A volte la finzione e la realtà – la narrazione e i fatti – si intrecciano in modo così perfetto da farci chiedere se stiamo davvero assistendo a uno show o a un’epocale tragedia globale.

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