Dopo tanto girovagare e qualche panchina ormai considerata maledetta, il Milan si è deciso: il nuovo allenatore sarà il portoghese Rúben Amorim. Eh già, niente più attesa, niente più caffè fatti col fiato sospeso, perché il contratto è stato firmato. Due stagioni di pura… speranza rossonera. La notizia, capace di scuotere la noia estiva, è arrivata nel pomeriggio di martedì 16 giugno, mettendo fine a giorni di chiacchiere infinite sul futuro tecnico del club.
D’altronde, dopo aver fatto fuori Massimiliano Allegri, uno ci si aspetterebbe un nome che incuta sicurezza, esperienza, magari anche qualche vittoria, ma no. Si è scomodato il portoghese, giovane sì, ma con un bagaglio di esperienza in Serie A praticamente… zero. Eppure, si sa, nel calcio moderno l’entusiasmo a basso costo è la nuova moneta sonante.
Chi conosce il personaggio sa che Amorim non è certo un tecnico da passeggiata sul red carpet milanese: ha fatto parlare di sé nei tornei portoghesi, soprattutto con il suo approccio aggressivo e innovativo, ma arrivare nel tempio del calcio italiano è tutt’altra storia. Dettaglio secondario, sembra che il Milan abbia deciso di puntare tutto su lui come il nuovo condottiero, lasciandosi alle spalle i tempi di allenatori dalla fama internazionale, complicati certo, ma almeno noti.
Inutile sottolineare il brillante tempismo dell’operazione: esonerare Allegri, allenatore con un palmarès già ben assortito, e sostituirlo con un giovane proveniente da un campionato che più lontano dall’Italia non si potrebbe. Ma questo, lo sanno bene i direttivi milanisti, è segno che il calcio cambia. Peccato che il campo a parlare, ahinoi, sia ancora quello di sempre.
Il profilo di Rúben Amorim: il nuovo vagone della macchina rossonera
Prima di sognare scudetti e triplette, vale la pena fare un passo indietro e capire chi sia davvero Rúben Amorim. Classe 1985, ex centrocampista portoghese, aveva iniziato ad allenare piuttosto giovane, saltando ad abilità lezioni di panchina per darsi subito al pragmatismo in campo. Amato o detestato, il portoghese ha conquistato fama soprattutto in patria grazie a Sporting Lisbona, squadra con cui ha vinto una Liga portoghese piuttosto opaca ma che gli ha garantito visibilità internazionale.
Il suo stile? Un calcio moderno, aggressivo, fatto di pressing alto e velocità; insomma, tutto quello che il calcio contemporaneo predica ma che raramente offre in modo concreto. Peccato che ora si trovi in una situazione completamente diversa: la Serie A infatti è famosa per il suo gioco più tattico e, diciamolo pure, piuttosto conservatore. Dunque, amore o odio, bisognerà attendere per capire se la scommessa rossonera sia un colpo di genio o un tragicomico flop.
Una scelta politica o solo disperazione? Il Milan scommette a occhi chiusi
In fondo, la decisione del Milan potrebbe avere più senso come mossa politica che tecnica. Il club non si è certo messo a cercare un tecnico blasonato, con il rischio di spendere un patrimonio o di dover tornare ai vecchi tempi di crisi e prestazioni da retrovia. Meglio puntare su un giovane emergente, capace di far parlare di sé e che magari saprà mettere radici e, chissà, far dimenticare temporaneamente i disastri calcistici recenti.
Un modo elegante per dire: “Cerchiamo di dare un tocco moderno a una squadra e a una gestione societaria che probabilmente stanno vivendo qualche difficoltà nell’adattarsi al calcio di oggi”. Però, cara società milanista, la coerenza sarebbe sapere cosa realmente si vuole ottenere. Perché cambiare allenatore ogni due stagioni può anche sembrare una strategia, ma spesso appare più come una corsa disperata al nulla.
Infine, il buon Rúben Amorim, giovane e fresco, rappresenta forse anche l’ennesimo tentativo di riportare un po’ di “portoghesità” nel calcio italiano, che tanto è stato influenzato da interpreti lusitani negli ultimi anni, senza però ottenere i risultati sperati sul lungo termine. Quel che è certo è che il sipario sulla prossima stagione del Milan si alzerà con gran fermento… e con un pizzico di ironia.



