Starmer si dimette da premier e il Regno Unito cade nel caos totale: chi governa adesso?

Starmer si dimette da premier e il Regno Unito cade nel caos totale: chi governa adesso?
10 Downing Street il 22 giugno 2026 a Londra, immagini che sembrano uscite da un film d’orrore politico. L’ultima puntata del serial “Il Primo Ministro che non c’è” vede Keir Starmer annunciare la sua ritirata, consegnandoci un quadro surreale: sette primi ministri in dieci anni, un ritmo da soap operistica che fa impallidire persino la tanto vituperata Italia. Ma attenzione: questa non è un’eccezione, è la nuova normalità britannica.

Se pensavate che solo in Italia si andasse a sbattere contro partiti e governi instabili, in Regno Unito stanno riscrivendo il libro dei record. Ecco il colpo di teatro: degli ultimi cinque leader – Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer – solo uno, Sunak, ha perso alle urne. Gli altri? Cacciati a forza… dalla loro stessa cricca.

Quindi, dove finisce la responsabilità degli elettori? La colpa non può essere tutta loro, visto che la tanto decantata stabilità britannica si è trasformata in un vero e proprio incubo democratico. Come ci ricorda il sondaggista Luke Tryl, il calvario è iniziato con la famigerata elezione anticipata di Theresa May nel 2017, un autogol politico che le è costato la maggioranza parlamentare ereditata da David Cameron. Poi Johnson e le sue intemperanze durante i lockdown, e Truss che, dopo aver fatto impazzire il mercato con un mini-Budget da sballo nel 2022, è finita nel dimenticatoio, travolta dal caos finanziario.

Ora tocca a Starmer, un politico che più che convincere, riesce soprattutto a scatenare ilarità per la sua gestione legislativa, fatta di errori clamorosi: prima sospende l’assegno invernale per gli anziani, poi mette le mani nelle tasche degli agricoltori con aumenti fiscali inaspettati e, per non farsi mancare nulla, nomina come ambasciatore a Washington un amico stretto di un certo Jeffrey Epstein. Ah, la coerenza del buon gusto politico!

Un caos che affonda le radici nel ’90

Per comprendere l’attuale apocalisse governativa, bisogna tornare indietro al 1990, anno in cui la leggendaria Margaret Thatcher, ritenuta da molti la migliore premier post-bellica del Regno Unito, è stata letteralmente defenestrata dai suoi stessi parlamentari. Uno choc senza precedenti: mai prima di allora, una leader in carica era stata cacciata così brutalmente dai suoi colleghi, senza passare per le urne o un’uscita di scena dignitosa.

Ma ecco la ciliegina sulla torta: questa mossa ha portato fortuna! Dopo l’uscita di scena di Thatcher, il suo successore John Major ha vinto a sorpresa le elezioni del ’92, dando così il via libera a un’abitudine ormai consolidata: i parlamentari conservatori bruciano il proprio leader non appena fiutano un’eventuale opportunità per rimanere al potere. E, guardacaso, la strategia si è rivelata vincente nel 2019 con la scalata di Boris Johnson.

Il partito laburista, non volendo certo restare a guardare, ha imparato presto la lezione. Tony Blair, il più brillante premier dopo Thatcher, fece le valigie nel 2007 in favore del suo ministro del Tesoro Gordon Brown, bruciando la tradizione della leadership stabile. Ora le stesse logiche interne hanno schiacciato Starmer, sostituito da un più “conveniente” Andy Burnham, ex sindaco di Greater Manchester, considerato un vero mago nell’arte di dire ciò che la gente vuole sentire senza mai prendere decisioni credibili.

Voti, media e quell’antico gioco di potere

C’è chi incolpa gli elettori: troppo influenzabili dai media, troppo concentrati sul presente, troppo innamorati di promesse di servizi pubblici in stile europeo, ma a costo di tasse a livelli americani. Una ricetta esplosiva per il disastro. Però, a ben vedere, non è solo colpa loro.

Il paese ha vissuto vent’anni di stagnazione economica, produttività scarsa e condizioni di vita sempre più grame dopo la crisi finanziaria globale, il voto Brexit, la pandemia e due crisi energetiche degne di nota. La colpa, però, non è solo degli eventi, ma anche di una classe politica incapace o poco desiderosa di affrontare problemi seri con scelte coraggiose. Starmer ha provato a riportare un po’ di ordine sul fronte delle spese sociali, ma si è trovato zavorrato da chi, nel suo stesso partito, ha paura di mettere mano al portafoglio degli “elettori medi”. Così, il Tesoro è diventato schiavo dei ricchi — l’1% che paga il 26% delle tasse – mentre per rimpinguare le casse si ricorre a tasse che, guarda un po’, danneggiano la crescita.

Un futuro senza speranza?

Chi si aspettava un’inversione di rotta sarà deluso. Burnham sembra il candidato unico per prendere il posto di Starmer, nonostante non abbia detto una parola su cosa intenda fare una volta diventato premier. Ma, come ogni bravo politico in declino, adotta la tattica del “parlare a vuoto” evitando qualsiasi decisione impopolare.

Però, attenzione, la storia britannica ricorda che quando si toccano i nervi scoperti, gli elettori hanno dimostrato di saper sopportare anche la medicina amara. Ma con sette primi ministri in dieci anni, forse non è più una questione di elettori, ma di un sistema politico a corto di idee, di coraggio e, soprattutto, di dignità.

David Cameron ha deciso che bisognava mettere mano ai conti pubblici disastrati, qualcuno ha alzato la mano. Ricordate? Nel 1979, con la temibile Margaret Thatcher che dichiarava guerra all’inflazione e ai sindacati, le cose sono cambiate — e non poco. Ora, con Andy Burnham pronto a subentrare a Keir Starmer, tutto ciò che deve fare è replicare la stessa tattica, sperando di conquistarsi il favore dei famigerati mercati obbligazionari, quelli che finora ha criticato senza mezzi termini.

Dieci anni dopo il Brexit: un bilancio tra politica ed economia

Regno Unito ha segnato una svolta non solo politica, ma anche economica. Le promesse di prosperità e indipendenza si sono infrante contro una realtà assai più complessa: mercati agitati, incertezze su accordi commerciali, e un tessuto sociale teso come mai prima.

Chi è Andy Burnham? Quattro cose da sapere per non farsi illusioni

Andy Burnham non è un novellino e sa bene che l’eredità di Starmer è un terreno minato di aspettative deluse e critiche taglienti. Gli investitori fanno bene a mantenere un atteggiamento prudentemente scettico: il solo cambio di leadership non basta a correggere rotta in un’economia appesantita da problemi strutturali e da un contesto globale incerto.

Bank of England, che ha appena annunciato il mantenimento dei tassi d’interesse al 3,75%. Una mossa assolutamente prevedibile, quella di maggio, supportata da sette membri su nove del comitato di politica monetaria. Ma quanto potrà durare questo equilibrio precario, soprattutto in un contesto internazionale che fa tremare i polsi, come quello dello scontro in corso tra Iran e potenze occidentali?

Il calendario che nessuno vuole guardare troppo da vicino

Regno Unito sono tante, e nessuna analisi ottimistica sembra finora giustificata dalla realtà dei fatti.

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