Spirit de Milan chiude e Sala si inventa un piano miracoloso per salvarlo

Spirit de Milan chiude e Sala si inventa un piano miracoloso per salvarlo

Che sorpresa! Dopo quasi un decennio di convivenza amichevole dal 2015, lo Spirit de Milan, quel gioiellino nascosto nelle vecchie cristallerie Livellara in zona Bovisa, si trova improvvisamente senza casa. Il motivo? Il contratto di affitto è scaduto e – udite udite – non è stato rinnovato. Nulla di personale, sia chiaro, è tutto una faccenda di proprietà e di soldi. Pare infatti che l’edificio sia in vendita e i proprietari stanno trattando con un curioso compratore che, con una mano generosa e l’altra crudele, ha deciso di non voler più lasciare campo libero all’attività culturale del locale.

Non manca la commovente trama: tempo fa i gestori avevano fiutato l’affare, trovando qualcuno disposto a comprare e a mantenere viva la fiamma dello Spirit de Milan, ma la trattativa si è arenata come un naufrago al largo in mezzo alla nebbia burocratica e commerciale. Una bella favola di quelle che finiscono senza lieto fine, ma il sindaco Giuseppe Sala decide comunque di dare il suo contributo da pompiere dell’ultimo minuto.

Il salvataggio, o quasi

Secondo il brillante piano di Sala, potrebbe arrivare un miracolo dalla classificazione dello Spirit de Milan come spazio ibrido nel registro comunale, un titolo magico che qualifica il locale come un “servizio di prossimità”. Tradotto: un modo diplomatico per convincere tutti che sia importante. Il nostro sindaco, con voce melliflua ma ferma sui social network, promette di chiedere ufficialmente che la musica non si fermi, almeno finché non si troverà una nuova soluzione. Quasi un invito alla convivenza forzata, visto che però, nel frattempo, il Comune fa spallucce perché “sono affari tra privati”.

E mentre l’economia e il mercato immobiliare si scontrano con la cultura e la socialità, il nostro amministratore aggiunge del miele sul pane amaro: a Milano servono più che mai modelli di rigenerazione con base socioculturale e collaborativa. Tradotto: «Facciamo finta che ci interessi». Così, con una mossa degna di un vero politico, annuncia un tavolo di co-progettazione con proprietà, investitori e gestori del locale. Insomma, tutti insieme appassionatamente, sperando che qualcuno porti i soldi o almeno la buona volontà.

Il prezzo umano della “rigenerazione” urbana

L’assessore alla cultura Tommaso Sacchi non poteva mancare all’appello e si unisce al coro del “più cultura per tutti” sottolineando come lo Spirit de Milan abbia saputo trasformare un rudere industriale dimenticato in un crocevia vivace e parte delle anime di migliaia di milanesi. Emozionante, vero? Peccato che dietro a questo spettacolo di inclusione ci siano circa sessanta lavoratori che rischiano seriamente di perdere il posto. Ma niente paura, la città – come sempre – perderà “un pezzo della sua identità”, una frase fatta che sembra uscita da un manuale di retorica politica, mentre la giunta promette di scandagliare ogni possibile cavillo amministrativo per salvare la baracca.

In definitiva, siamo di fronte all’ennesima storia italiana: un progetto culturale, un’impresa sociale che lotta contro le leggi di mercato, una politica che annuncia tavoli e indagini ma lascia ancora tutto in mano al libero arbitrio dei privati. Nel frattempo, lo Spirit de Milan potrebbe sì sopravvivere, ma solo se qualcuno – magari un Omino gentile delle fiabe metropolitane – deciderà di salvare questo angolo di cultura, diversità e fermento cittadino. Altrimenti, addio festa e benvenuta cementificazione. Una trasformazione promettente, no?

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