Sopravvivere sette giorni a 8.000 metri senza un filo d’aiuto sull’Everest? Ecco il miracolo che sfida ogni logica

Sopravvivere sette giorni a 8.000 metri senza un filo d’aiuto sull’Everest? Ecco il miracolo che sfida ogni logica
Dawa Sherpa, guida nepalesede 52 anni, è stato ufficialmente dato per morto. Poi, contro ogni previsione degna di un film di Hollywood, è magicamente ricomparso vivo sulle spaventose pendici dell’Everest. Forse un piccolo miracolo? No, solo una di quelle storie che sfidano ogni logica e buon senso, ma che fanno entrare direttamente nel Guinness della sopravvivenza estrema.

Il nostro eroe era sparito il 29 maggio mentre scendeva tra il Campo III e il Campo IV, dopo un tentativo fallimentare di raggiungere la vetta di 8.849 metri. Mentre il turista polacco che accompagnava era riuscito a sbarcare sano e salvo al campo base, nessuno aveva la minima idea di dove fosse finito Dawa o, peggio, se fosse ancora tra i vivi.

Indovinate chi l’ha trovato? Ovviamente, i diligenti membri del Sagarmatha Pollution Control Committee, sempre pronti a ripulire l’Everest ma evidentemente anche abili cacciatori di superstiti. Lo hanno scovato non lontano dal campo base, nella temibilissima Khumbu Icefall, in condizioni pietose ma con l’immancabile giacca da spedizione, prova tangibile di una lotta intestina contro il gelo e la morte.

Trasportato d’urgenza in elicottero all’ospedale di Kathmandu, ora è alle prese con i postumi di congelamenti e quei piccoli fastidi tipici dell’altitudine estrema. Nel frattempo, la famiglia aveva già iniziato i rituali funebri: pensavano fosse morto davvero. La figlia ha confessato, sconvolta:

“Quando ci hanno mandato le foto, non riuscivamo a crederci.”

Un’impresa quasi miracolosa, o semplicemente frutto di un pessimo tempismo

I media internazionali si divertono a definire questa vicenda “quasi miracolosa”. E come dare loro torto? Sopravvivere sei giorni in alta quota, senza cibo né ossigeno, è roba da sherpa con superpoteri, non certo da comuni mortali. Eppure Dawa ce l’ha fatta, rilanciando anche l’annoso dibattito sulle condizioni al limite che le guide nepalesi sono costrette a subire ogni singola stagione.

Non è forse ironico che questa stessa stagione, definita “record” per oltre mille ascensioni, abbia visto anche almeno cinque morti? Numeri che dovrebbero far riflettere sulle condizioni di sicurezza e sulle pressioni economiche che spingono queste guide a rischiare la vita senza un minimo di garanzie.

Ma chi è che fa da pilastro invisibile a tutto questo? Ovviamente le guide nepalesi, veri protagonisti silenziosi del turismo d’alta quota sull’Everest, che rischiano tutto per pochi spiccioli e un po’ di gloria altrui. Diari di sopravvissuti come Dawa sono decisamente troppo rari rispetto a quanti finiscono nel dimenticatoio o sotto una lastra di ghiaccio.