Potrebbe tornare in Italia da un momento all’altro la salma di Sofia Barillà, la brillante studentessa ventenne del Politecnico di Milano che, sorpresa da un destino beffardo, ha scelto di far visita a un’ischemia cardiaca mortalmente puntuale mentre si trovava nel bel mezzo del suo semestrale soggiorno Erasmus in quel paradiso tropicale chiamato Portogallo.
Proprio così: la povera Sofia, che a quanto pare aveva deciso di soffrire lontano da casa, è stata colta da malore nel bagno di casa sua a Caldas de Rainha, una località a soli cinquanta minuti di macchina da Lisbona. I suoi coinquilini, veri e propri eroi improvvisati, e poi il personale sanitario locale hanno fatto il possibile, ma l’ischemia non ha concesso sconti né ritardi.
Ora, per chi si fosse deciso a fare il famoso esame di realtà scientifica, l’autopsia ha risolto il grande mistero, regalando a tutti quella chiarezza che fa sempre piacere quando si tratta di tragedie senza appello: la causa del decesso è un’inequivocabile ischemia cardiaca. Nessun complotto, nessun incidente occulto, solo la fredda, crudele verità medica.
Ma non tutto è perduto nell’orizzonte di questa vicenda, perché Sofia lunedì mattina aveva ancora il coraggio – o forse l’incoscienza – di affrontare un altro esame, questa volta presso l’università portoghese dove era iscritta per seguire i corsi di Design. Dopotutto, chi ha tempo per fermarsi con un futuro così brillante davanti?
Il gran finale si consumerà con i funerali, previsti tra venerdì e sabato nella sua amata città natale, Palermo. Sarà la chiesa di Santa Teresa nel quartiere Kalsa a ospitare l’ultimo atto di questa triste commedia, che ha visto una giovane condannata a restare per sempre fuori dal palco della vita.
Un Erasmus alla “Portoghese”: sogni, disastri e ironie della sorte
Ah, l’Erasmus! Quel programma educativo che promette aneddoti, conoscenze culturali, incontri irripetibili e, occasionalmente, un salto nella fossa comune più vicina. Sofia aveva chiaramente fatto una scelta inusuale per i suoi sei mesi accademici, un soggiorno all’insegna dello studio, del design e, chissà, di qualche disavventura mai pubblicata sulle brochure.
Ma la realtà, sfrontata e senza peli sulla lingua, ci ricorda che fare l’Erasmus non significa solo selfie con cappelli a cilindro e tour tra castelli medievali. Significa anche incontrare il lato più oscuro del cardio, quello che non ti lascia il tempo nemmeno per dire “mark my Erasmus”.



