Idf blocca studente in viaggio per Tor Vergata: colpevole di terrorismo secondo incredibili accuse sul 7 ottobre

Idf blocca studente in viaggio per Tor Vergata: colpevole di terrorismo secondo incredibili accuse sul 7 ottobre

Che meraviglia la normalità dei tempi moderni: l’IDF, sempre impegnata a mantenere l’ordine e la sicurezza, annuncia con orgoglio l’arresto di Mahmoud Al Najjar al valico di Kerem Shalom. Ovviamente, il signor Najjar viene presentato come un “miliziano della brigata nord di Hamas” coinvolto nel famigerato massacro del 7 ottobre 2023, un’etichetta che non manca mai di aggiungere quel tocco di dramma necessario a giustificare l’operazione.

Il colpo di scena, degno di una spy-story, viene dal sito della Striscia di Gaza chiamato Drop Site, che ci informa – con un candore quasi commovente – che il nostro protagonista era uno degli studenti palestinesi fiutati a spasso per Roma proprio ieri. Evidentemente il mondo accademico romano sta diventando un luogo sempre più attrattivo, se persino chi ha alle spalle etichette così ‘spiritose’ si fa avanti con tanto ardore.

Pacatamente, Drop Site ci spiega il dramma: il povero Najjar era diretto a proseguire i suoi studi all’Università Tor Vergata, dopo mesi di estenuanti tentativi per ottenere il lasciapassare che gli permettesse di uscire da Gaza. Una vera odissea, perché niente dice “libertà di movimento” come dover sottostare a restrizioni tali da trasformare un viaggio universitario in una battaglia epica degna di Ulisse.

La dura vita dello studente combattente

All’apparenza, qualcuno potrebbe pensare che studiare a Roma e partecipare a massacri siano mondi inconciliabili. Ma nella realtà che ci viene raccontata, sembrano invece perfettamente compatibili. Forse questa nuova forma di multitasking è il futuro: combinare la passione per la cultura con il passatempo della militanza armata, il tutto condito da un viaggio dall’estero pieno di ostacoli burocratici glamour.

Il valico di Kerem Shalom diventa così un posto magico, dove sogni universitari e accuse di terrorismo si fondono in un cocktail quasi surrealista. La narrativa ufficiale ci mostra che la strada verso l’integrazione accademica è disseminata di cadaveri e sospetti. Nulla da dire: è proprio il trambusto quotidiano che scalda i cuori di chi ama la coerenza politica.

Un’informazione da Oscar: arrestato chi cerca di studiare

Non stupisce affatto il tono trionfalistico dell’annuncio: quello che doveva essere solo un banale controllo al confine si trasforma in un modo per ribadire, ancora una volta, che l’istruzione in contesti di conflitto non fa notizia. A meno che non si tratti di un presunto miliziano, ovvio. Allora ogni dettaglio diventa prezioso, persino la meta universitaria.

Di fatto, questa vicenda fotografata con la lens del conflitto mostra l’imbarazzo di questo circo mediatico: la contraddizione tra il diritto allo studio e la criminalizzazione automatica di chiunque venga da certe aree geografiche. Ma andare oltre questa narrazione scarna e unidimensionale sembra un lusso. Meglio rimarcare il ruolo dell’interessato come “miliziano” piuttosto che interrogarsi sul motivo per cui uno studente, tra tanti altri, finisca sotto i riflettori di guerra e propaganda.

Magari sarebbe il caso di riflettere—ma solo per un istante—sulla normalità imposta da questo scenario e sul peso di etichette capaci di cancellare perfino un diritto fondamentale come quello allo studio. Ma chissà, forse nella logica della guerra tutto è perdonato, tranne il desiderio di imparare in pace.

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