Che sorpresa! Shell, il colosso energetico britannico, ha appena annunciato profitti del primo trimestre più robusti del previsto, ovvero una sana botta di soldi fresca fresca, giusto in tempo per farci dimenticare che il mondo brucia—letteralmente. Grazie alla guerra in Iran che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, Shell ha potuto fregiarsi di un utile rettificato di 6,92 miliardi di dollari, superando con nonchalance gli 6,1 miliardi stimati dagli esperti e anche quei tiepidi 6,36 miliardi che la stessa azienda si era osata pronosticare. Una miseria, se paragonata alla realtà.
Per mettere le cose in prospettiva, un anno fa Shell si accontentava “solo” di 5,58 miliardi, mentre negli ultimi tre mesi del 2025 si era fermata a un modesto 3,26 miliardi. Oh, come sono tempi duri per i super-miliardari dell’oro nero! Il CEO della compagnia, Wael Sawan, ha infiocchettato il comunicato con parole tipo “performance operativa implacabile” e “disruzione senza precedenti”… insomma, nulla di straordinario se non fosse che questa “disruzione” si traduce nel mettere a ferro e fuoco i mercati globali dell’energia.
In un gesto di straordinaria generosità, Shell ha anche deciso di rallentare il suo programma di riacquisto di azioni, tagliandolo da 3,5 a 3 miliardi di dollari nel trimestre, ma allo stesso tempo ha aumentato il dividendo del 5%, portandolo a ben 0,3906 dollari per azione. Perché, si sa, i miliardari sono persino qui per confortarci nella precarietà economica di massa.
E mentre i prezzi dei combustibili fossili viaggiano su uno scivolo impazzito da quando la guerra americana-israeliana contro Iran è iniziata il 28 febbraio, Shell e gli altri colossi energetici stanno benone, grazie mille. Il famigerato stretto di Hormuz, strategicamente cruciale e sotto sequestro geopolitico, è stato definito dall’Agenzia Internazionale dell’Energia come la “più grande minaccia alla sicurezza energetica di sempre”. Una definizione che, sorprendentemente, sembra portare solo vantaggi alle compagnie petrolifere.
I prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 40% dall’inizio della guerra, sebbene gli ultimi scambi di mercato abbiano visto un lieve calo, forse a causa di speranze ingenue che il conflitto termini presto. Speranze sempre più rare quanto promettenti, ovviamente.
Passiamo agli aspetti meno festosi: il debito netto di Shell ha fatto un salto da 45,7 a 52,6 miliardi di dollari nel primo trimestre. Detto così sembra una tragedia, ma secondo Maurizio Carulli, analista di investimento, il vero problema è un “effetto capitale circolante” causato dal rincaro del petrolio e dalla conseguente svalutazione delle scorte. Una piccola scocciatura, insomma, niente che possa rovinare un buon affare da miliardi.
Maurizio Carulli ha commentato a Squawk Box Europe di CNBC:
“I risultati del primo trimestre di Shell sono più forti delle aspettative, sia del mercato sia delle mie personali. L’unica nota negativa, che definirei comunque minore, è l’incremento del debito netto, passato da circa 46 a 52,6 miliardi. Questo è dovuto soprattutto a fattori legati alle variazioni del capitale circolante, un tema che emerge tipicamente quando i prezzi del petrolio salgono. Le scorte si rivalutano al ribasso, e questo pesa sui conti.”
L’acquisto milionario per gonfiare la produzione
Ovviamente, l’inarrestabile Shell non si accontenta solo di accumulare profitti astronomici. Il mese scorso, ha annunciato l’acquisto di ARC Resources, società canadese focalizzata sulla produzione nel bacino di Montney, nelle province di British Columbia e Alberta. Un affarone da 16,4 miliardi di dollari, debito e leases inclusi.
Il buon Wael Sawan non ha perso tempo a descrivere ARC Resources come “un produttore di alta qualità, a basso costo e con emissioni di carbonio nella fascia di eccellenza”, chiaramente il miglior modo per rassicurare gli azionisti che questo impero fossile continuerà a soffocare il pianeta per i decenni a venire.



