La vita, cari lettori, si svolge come una danza tragicomica su due direttrici. Da un lato, abbiamo la famosa “direzione orizzontale”: quel tapis roulant infinito chiamato natura e storia, che ci trascina come i comprimari di una serie tv di cui non conosciamo né il finale né la logica. Dall’altro lato, invece, c’è la direzione verticale, ossia il nostro sé unico, quella sceneggiatura personalizzata che va dal primo vagito all’ultimo sospiro, prima di svanire nel nulla – o almeno così ci dicono, ma avanti coi dubbi.
Due domandine a cui cercare risposta, se vi va: qual è il senso di questo tapis roulant che ci porta avanti senza chiedere permesso? E soprattutto, io che sono sbarcato qui senza biglietto, dove diavolo finirò? Focalizzandoci sull’ultima questione – molto più divertente e sconsolante – ci troviamo davanti al solito dilemma filosofico da trattoria estiva: vengo dal nulla o dall’essere? E se davvero torno all’essere, in quale forma, modalità o pasticcio esistenziale? Nel frattempo, cosa dovrei fare? Come mi comporto per strappare almeno un briciolo di quella benedetta felicità che tanti inseguono ma in pochi vedono?
Un’altra cosa che mi porto dentro da tempo è un detto rinascimentale che recito, quasi in trance e con gli occhi da metà cinema d’autore, dove ogni parola è un enigma: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto.” Insomma, siamo nella più totale ignoranza esistenziale, ma se la si accoglie con quel pizzico di sana follia chiamata serenità, cala come una coperta calda sulla nostra inquietudine. E così, in questa confusione, arriva quel miracolo chiamato letizia, quel sorriso beffardo verso il mistero.
Il dibattito
Il mondo è un palcoscenico di sciagure senza fine: epidemie, crisi, catastrofi e l’immancabile riunione quotidiana di tragedie nelle prime pagine dei giornali. Un festival della disperazione che meriterebbe premi Oscar. Naturalmente, la nostra cara ragione non può che concludere che tutto è vano, che la vita è un grande gioco d’ombre e niente conta davvero. E ci sta, eh. Ma a volte – e qui casca l’asino della filosofia – emerge un sentimento ancora più testardo, più forte: un impulso vitale che si rifiuta di arrendersi al nichilismo da bar.
Questa voce silenziosa ma tenace sussurra alla ragione stanca: “Ascolta meglio, guarda oltre il grigiore e forse capirai.” È quel primordiale istinto di fiducia che ci spinge a camminare sul tapis roulant con un’aria da ebete felice, ovvero con letizia. Il grande Carl Gustav Jung, psicanalista di non poco conto, lo spiegava così:
Carl Gustav Jung said:
“Mentre chi nega si avvicina al nulla, chi ripone fede in un archetipo percorre i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi ovviamente restano nell’incertezza, ma uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo, e questa differenza conta parecchio.”
In soldoni: vivere alla giornata con senso e istinto fa una bella differenza rispetto al crogiolarsi nell’apatia dell’incertezza. Chi crede nel senso ultimo – per quanto sfuggente e criptico – cammina con un piede saldamente nel reale e nell’altro in qualche sogno meno crepuscolare del nichilismo puro.
L’analisi
Ora, arriviamo al punto caldo: questa risposta al senso della vita, tanto sperata e decantata, dovrebbe essere una dottrina. Ma attenzione, non una di quelle facili, legate ad eventi epocali ormai fossilizzati nel museo delle credenze: niente esodo dall’Egitto, risurrezioni o rivelazioni via WhatsApp da divinità remote. No, la risposta che cerchiamo è più sottile e scomoda; non è un episodio storico ma un modo di vivere, una pietas dimenticata, calpestata come un fazzoletto nella tasca di chi ha confuso “Dio” con “Io”.
In questa epoca di narcisismi sovrapposti e cristallizzazione del sé, l’idea di un Dio che si riduce a un alter ego fallace è un suggerimento pericoloso ma realistico: la giustizia e la pietà – due concetti base della convivenza umana – sono calpestate mentre assistiamo impassibili alla rappresentazione di un teatro dell’assurdo dove ogni azione è mossa dall’ego gonfiato, incapace di pensare al senso più alto della vita e delle relazioni.
Quindi, cari filosofi da bar, la risposta alla fatidica domanda “Dove andrò?” continua a rimanere un mistero avvolto da un sarcasmo cosmico degno di un film di Bunuel. Ma almeno possiamo provarci, magari con un pizzico di letizia e un buon senso dello humor.
Ah, la famigerata questione dell’interiorità che “non dipende da noi”. Naturalmente, questa gemma di saggezza ci invita a una bella passeggiata nel nostro giardino segreto, quello che, ovviamente, è lontano dall’influenza del mondo esterno. Nel frattempo, ci viene raccontato che la verità più autentica di noi stessi non arriva certo da qualche influencer o dallo scrolling infinito, ma da una misteriosa “profondità” nascosta dentro ognuno. Perciò, se volete il vero senso della vita, non sprecate tempo a cercarlo fuori: scavare dentro se stessi, amici, è la chiave di tutto.
E chi ce lo dice? Nientemeno che Marco Aurelio, il filosofo-imperatore, un po’ come il guru della Roma antica, che in una delle sue intuizioni sacre ci ammonisce: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene…”. Peccato che due secoli dopo, Sant’Agostino, prima di perdersi nel concetto un po’ meno entusiasmante di “massa dannata” e peccato originale, ribadisca più o meno la stessa tesi con elegante sintesi: “La verità abita nell’uomo interiore”.
Vi pare poco? Quando il buon Sant’Agostino chiede al suo Dio cosa ami realmente in Lui, la risposta è da manuale del miglior spiritualismo: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Insomma, un dialogo sempre estremamente profondo ed esauriente che ci invita a cercare la luce dentro di noi. Magari con un filo di ironia, dato che alla fine si suppone che quella “luce” non sia proprio facile da trovare tra le bollette da pagare e i messaggi di gruppo su WhatsApp.
Un viaggio spirituale globale, rigorosamente interiore
Non è tutto. Se pensate che questa filosofia interiore sia un’esclusiva del pensiero occidentale, rilassatevi. Lo sciamanesimo, l’egizianesimo, l’induismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, e scorrendo la lista fino allo shintoismo e allo zoroastrismo, vi faranno capire quanto il concetto sia più popolare di quanto crediate. Tutte le tradizioni sembrano concordare sul fatto che dentro noi c’è un abisso, anzi una profondità ontologica, pronta ad essere esplorata.
Perfino i cervelloni della scienza non sono rimasti a guardare. Planck, Heisenberg, Schrödinger e compagnia bella, quei nomi che ci evocano formule incomprensibili e capelli arruffati, confessano che qualcosa dentro di noi è “indistruttibile”, qualcosa che sfida l’avanzare inesorabile del tempo, quello che ci fa sentire tanto mortalmente importanti e irrimediabilmente destinati a scomparire. Schrödinger, in particolare, ci ha lasciato questa chicca:
“La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”.
Risultato? Siamo tutti su questo tapis roulant temporale che scorre senza pietà, e prima o poi (spoiler alert) scivoleremo via. Ma finché resistiamo, possiamo provare a fare un viaggio dentro noi stessi, molto più edificante del solito tran tran esteriore che, diciamolo, spesso ci porta soltanto a ritrovarci con l’ansia di dover mettere la lavatrice o ricordarci di comprare il latte.
Marcel Proust coglie perfettamente il punto con la sua ironica perla:
“Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi”.
Peccato che per avere quegli “altri occhi” non possiamo fare affidamento su nessun’altra persona, né tantomeno su TikTok o Pinterest. Tocca a noi, e solo a noi, rinnovare lo sguardo attraverso questa fatica interiore che ci rende complici dell’eterno dentro di noi. Una vera gioia, no?
Ed è proprio questa fatica a emergere come l’unica vera ancora di salvezza in tempi decisamente poco “spirituali”. Il 12 luglio 1942, nella sua Amsterdam oppressa dai nazisti e consapevole di un destino tragico imminente, una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum scriveva con struggente sincerità:
“L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”.
Che poetica coincidenza che questo pezzo di eternità, chiamatelo come volete — anima, spirito o semplicemente “quel qualcosa” che vi dà la sveglia la mattina — sia ciò che vale la pena salvare. Perché, in fin dei conti, il vero lavoro è trovare e custodire quella scintilla, mentre tutto il resto, come il mondo esterno, può andare pure a farsi benedire.



