Cosa c’è di meglio che trasformare un decreto in legge, annunciando il tutto con trionfale soddisfazione? La presidente del consiglio, con il suo stile inconfondibile, ha dunque suggellato il decreto lavoro del 1° maggio, che ora si presenta come un bel cocktail di incentivi per assunzioni di giovani e donne “svantaggiate” – ovviamente ancor più se abitano nelle tanto amate “aree svantaggiate” – regole un po’ più rigide per il lavoro tramite piattaforme, e un adeguamento salariale automatico che si attiva solo se i contratti sono scaduti da un bel po’ (nove mesi), e non sono stati rinnovati. Insomma, un provvedimento che suona come una dolce musica per i fan del “fare qualcosa”, senza sconvolgere troppo l’immobilismo.
Il pezzo forte, quello che fa scena e scatena dibattiti, è il cosiddetto “salario giusto”, un termine che sembra uscito da un convegno di filosofi, in netta controtendenza rispetto al buon vecchio salario minimo legale. Quel salario minimo che l’opposizione, tutta compatta, aveva proposto a gran voce, per poi vedere la propria idea bellamente bocciata dalla maggioranza, con la benedizione della stessa presidente del consiglio. Un bel paradosso, vero?
Se siete tra quelli convinti che “salario minimo” sia sinonimo di tutela e rispetto, beh, mettetevi comodi. Perché mentre il salario minimo legale fissa un limite invalicabile – diciamo intorno ai 9 euro lordi, secondo i proponenti – che dovrebbe garantire una vita decorosa al lavoratore e alla sua famiglia secondo la Costituzione, il “salario giusto” lascia invece libertà interpretative da far invidia a un artista concettuale. E non pensate che sia solo questione di linguaggio: qui stiamo parlando di una differenza che cambia davvero il significato e, soprattutto, il risultato sul lungo termine.
Dimenticate dunque l’idea di un salario che non possa scendere sotto una soglia minima. Il “salario giusto” prende come riferimento i minimi dei contratti collettivi nazionali di categoria, chissà poi quanto “giusti”, definito da quei sindacati che, guarda un po’, sono i più rappresentativi (e quindi non necessariamente i più efficaci o tutelanti). Quindi la paga può variare a seconda di quale contratto si applica, aprendo la porta a quelle simpatiche aziende che già da tempo amano “piazzare” i dipendenti in categorie contrattuali dove i minimi sono più bassi, giusto per “ottimizzare” i costi.
E attenzione, perché non solo si può definire “giusto” un salario che a molti farà drizzare le orecchie: in qualche caso, tipo i tanto discusse “multiservizi”, si può finire a percepire anche cinque euro lordi all’ora. Sì, avete letto bene: cinque euro. Senza contare l’odiosa piaga dei cosiddetti contratti “pirata”, che rimangono il terreno ideale per abbassare sempre più il tenore delle retribuzioni.
Non è un’opinione: nel 2025 l’Istat ha stimato che ben 1 milione e 255 mila lavoratori percepivano una paga oraria inferiore a 8,9 euro lordi, facendo sfavorevolmente parlare di un inquietante 10,7% del settore pubblico e privato, un tasso in crescita rispetto al 9,8% del 2018. Le categorie più “fortunatissime”? Le donne, con un 12,2% sotto la soglia, e i giovani sotto i 29 anni, dove quasi uno su quattro guadagna poco più di niente. Per non parlare di chi non ha qualifiche o una buona istruzione: qui si arriva al 33,3% e 18% rispettivamente, un piccolo paradiso degli stipendi da fame.
Il grande bluff del “salario giusto”
Ora, proviamo a fare un po’ di chiarezza (o almeno a provarci): se pensate che questa legge possa risolvere qualcosa per chi si ritrova nella lista sfortunata dei low wage workers, state tranquilli, non è così. Perché il vero tallone d’Achille del “salario giusto” è che tutto resta fondamentalmente nelle mani delle imprese. Vuoi accedere agli incentivi? Bene, allora magari il tuo salario dovrà essere adeguato. Ma se non ti interessa, o se preferisci lo scotto di qualche incentivo in più piuttosto che salire di qualche euro l’ora? Stai sereno e va avanti così, che tanto la legge non sta mica lì per metterti in difficoltà.
In altre parole, il salario “giusto” diventa semplicemente un optional per le aziende interessate a sguazzare negli incentivi, mentre per tutte le altre nulla cambia davvero. Addio quindi a qualsiasi principio costituzionale che vorrebbe il lavoro non solo proporzionato e dignitoso (ma chi ci crede più?), benvenuto al solito teatrino delle promesse sociali lasciate al caso e agli interessi di bottega.
Farà certamente felici quei pochi fortunati che rientrano nelle categorie più tutelate, mentre la maggioranza continuerà a vedere il proprio portafoglio alleggerirsi sotto il peso di un mercato che, tra proclami e leggi, dimostra tutta la sua capacità di essere ingiusto, crudele e, soprattutto, ipocrita.



