Quando l’Europa tenta di proteggersi dagli investimenti stranieri e finisce per barricarsi nel cortile di casa

Quando l’Europa tenta di proteggersi dagli investimenti stranieri e finisce per barricarsi nel cortile di casa

Con un trionfo quasi schiacciante, 508 voti favorevoli, 64 contrari e 90 astensioni, gli eurodeputati hanno finalmente deciso di dare il via libera a un accordo che tutti aspettavano con il fiato sospeso: il controllo obbligatorio sugli investimenti esteri in quei settori “sensibili” come la difesa, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, le materie prime critiche e persino i servizi finanziari. Insomma, un restyling della sicurezza che punta a “individuare e affrontare” rischi potenziali per la sicurezza o l’ordine pubblico, senza però chiudere completamente le porte ai soldi esteri. Una vera dichiarazione d’amore bifronte verso i capitali stranieri.

Ovviamente, le procedure nazionali per questi controlli diventeranno più snelle, perché nulla è più attraente per gli investimenti internazionali di una burocrazia semplificata e amichevole. Inoltre, sarà potenziata la collaborazione fra le varie autorità nazionali competenti e la Commissione Europea. Tutto ciò per facilitare un coordinamento senza precedenti e azioni congiunte contro i rischi transfrontalieri per la sicurezza. Non paga, la normativa abbraccerà anche le operazioni interne all’UE, specie quando l’investitore finale sarà riconoscibile come persona fisica o giuridica proveniente da paesi terzi: insomma, nessun dettaglio sarà trascurato.

Durante i negoziati, la Commissione Europea aveva promesso che avrebbe fissato le condizioni per gli investimenti esteri in settori strategici. E come sempre, solo due anni dopo, ha presentato la sua proposta per un “Industrial Accelerator Act”. Perché quando si tratta di fare le cose per bene, meglio prendersela con calma.

Dichiarazione del relatore

Raphaël Glucksmann, relatore del Parlamento Europeo, non ha perso occasione per lanciare un messaggio da eroe: “Con questo testo chiudiamo un capitolo di ingenuità europea.”

“Alcuni Stati stranieri cercano di indebolirci. Voltiamo pagina rispetto alla cecità volontaria degli Stati membri che hanno permesso ad attori stranieri di prendere il controllo di settori sensibili della nostra economia. Ma il nostro lavoro sugli investimenti esteri non è finito: la lotta per l’indipendenza e la sovranità dell’Europa continua, ora con l’‘Industrial Accelerator Act’.”

In salsa più piccante potremmo dire che l’Europa si sveglia solo quando rischia: e che la “cecità volontaria” passi finalmente di moda. Come se fino a ieri stessimo tutti con gli occhi chiusi a far finta di niente. Bravissimo, Raphaël, eroe dell’ovvio.

Cosa succede adesso?

Il nuovo regolamento è ora pronto per affrontare l’ultima prova: la formalissima approvazione del Consiglio. Solo dopo questa indispensabile tappa burocratica, potrà entrare in vigore e mostrarsi in tutta la sua gloria… diciotto mesi dopo la pubblicazione. Perché l’Europa, si sa, ama farsi aspettare.

Un po’ di storia e contesto

Il regolamento iniziale sul controllo degli investimenti diretti esteri è entrato in vigore l’11 ottobre 2020, giusto in tempo per farci godere la pandemia e tutte le sue meravigliose sorprese geopolitiche. Dopo una accurata “valutazione” – che tradotto vuol dire riconoscere che qualcosa non funzionava – la Commissione ha lanciato nel gennaio 2024 la proposta di revisione. Mossa obbligata vista la guerra d’aggressione della Russia contro l’Ucraina e le altre tensioni internazionali che hanno reso lampante l’urgenza di proteggere i gioielli strategici europei da acquisizioni discutibili.

Insomma, mentre applaudiamo la momentanea lucidità di Bruxelles, non dimentichiamo che questa non è che una piccola parte di una lunghissima partita tra interessi nazionali, sovranità e pure qualche briciola di realismo politico. Alla faccia della tanto pubblicizzata unità europea, anche il controllo degli investimenti diventa un ballo complicato di giochini di potere e opportunismi vari.

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