Esistono libri che si adeguano al tempo e libri che sfidano il tempo stesso a giustificarsi. “All’ombra della Shoah”, di Micol Meghnagi, appartiene con prepotenza alla seconda categoria. Si avventura in quel luogo ipersorvegliato del discorso pubblico, dove la memoria della Shoah, la tragedia di Gaza, la Nakba palestinese, l’antisemitismo, il colonialismo e le radici del razzismo si lanciano reciproche accuse come in una telenovela infuocata, e compie un miracolo quasi rivoluzionario: restituisce alla memoria la sua intricata complessità storica e alla parola “vittima” una responsabilità da non eludere.
Micol Meghnagi scrive dal cuore della tempesta, figlia di ebrei libici sbarcati in Italia dopo l’esilio del 1967, incastonata in una storia segnata dal colonialismo italiano, dalle persecuzioni fasciste antiebraiche in Libia, dal nazionalismo arabo violento, dalla diaspora e da un rapporto con Israele che sembra più un campo minato di sentimenti, affetto e conflitto. In un’epoca fatta di appartenenze monolitiche e armate, dove ci si rifugia spesso nell’identità come bunker, Meghnagi trasforma il suo posizionamento in metodo rigoroso. La sua biografia è una soglia da superare ma mai una scusa morale per sottrarsi al confronto. Il suo sguardo nasce da una ferita, ma cerca disciplina e rigore concettuale con la fatica necessaria per tratteggiare il contesto.
La memoria senza filtri consolatori
Ed è questa la cifra preziosa del libro: sottrarre la memoria a quell’abituale funzione consolatoria che la riduce a un rito stanco. La Shoah, in queste pagine, non è un evento mitizzato, ma porta con sé la singolarità di un orrore estremo, la prova suprema di quanto una società “moderna” possa organizzare sistematicamente il proprio annientamento morale. Proprio per questo la Shoah torna al suo luogo legittimo: la storia. La sua sacralità morale, costruita a poco a poco e istituzionalizzata soprattutto negli ultimi decenni del Novecento, viene messa sotto scrutinio, nei suoi effetti e nella sua potenza. Il libro dimostra come una memoria nata per nominare l’indicibile possa trasformarsi, una volta incanalata nell’apparato istituzionale e separata dai carnefici, in semplice “codice civile” da sfilare davanti al pubblico, una sorta di liturgia comunicativa in cui la parola vittima si fa cantilena scontata.
Qui Meghnagi diventa una sentinella implacabile anche per l’Italia. Da noi, infatti, la memoria della Shoah spesso convive con la pratica elegante della rimozione: rimozione delle responsabilità nazionali, assoluzione preventiva del fascismo con la scusa del ‘tedesco cattivo’ e il mito evergreen dello “strapparsi le vesti ma siamo buoni”. La conseguenza? Una memoria senza carnefice, o con un carnefice ben lontano: la memoria che si limita a onorare le vittime ma evita accuratamente di guardare in faccia l’antisemitismo istituzionale, le leggi razziali, le colonie italiane e le storie italiane di razzismo. Questa voragine è il cuore pulsante del libro: ricordare può diventare un modo elegante per scappare dal confronto vero, un rituale che sostituisce la responsabilità civile.
Il grande gioco gerarchico delle vittime
Micol Meghnagi si addentra quindi nella nebulosa feroce delle gerarchie delle vittimizzazioni, quel meccanismo di esclusione e selezione che è uno degli strumenti più spietati e inquietanti del nostro presente. Nel cosiddetto ordine morale occidentale, alcune sofferenze hanno il privilegio di una piena cittadinanza simbolica — la Shoah, ovviamente — mentre altre restano nel limbo dell’invisibilità o ottengono riconoscimento solo se riescono faticosamente a parlare la “lingua ufficiale” del trauma ammesso. La Shoah è divenuta il metro di misura con cui l’Occidente valuta il male politico, mentre i genocidi coloniali, le sistematiche razzie, gli espropri e le devastazioni a svuotamento lento vengono relegati a un secondo piano, quasi fossero ferite di serie B.
Questo discrimine culturale ed emozionale non è solo triste, ma profondamente ingiusto e soprattutto funzionale a mantenere integre certi interessi politici e a giustificare altre violenze che restano sotto il radar dell’empatia pubblica. In un mondo dove la divisione tra buoni e cattivi è ormai in bianco e nero, Micol Meghnagi invita a riscoprire le sfumature grigie e a rimettere in discussione quella memoria che, sottoposta alle lente deformanti del potere politico e delle istituzioni, rischia di trasformarsi in megafono di una molteplicità di contraddizioni irrisolte.
Il libro di Meghnagi si presenta proprio come quel falcetto che dissoda i campi arati male della memoria pubblica, svelando gli strati di ipocrisia incrostati sulle narrazioni ufficiali. L’ha scritto ora, giusto in tempo per vedere questa contorsione grottesca diventare insopportabile, soprattutto dopo il tragico 7 ottobre e le successive devastazioni a Gaza. La Shoah diviene un mantra ossessivo da sbandierare come scudo di legittimazione e appartenenza, mentre la Nakba palestinese entra prepotentemente nella coscienza globale, generando solidarietà sì, ma anche una voragine di semplificazioni che farebbe arrossire un ragioniere.
Meghnagi invece, con una lucidità che fa invidia ai più pacifici filosofi, cammina in mezzo a questo campo minato di contraddizioni senza inciampare nell’ovvio. Riconosce che l’antisemitismo non è un fantasma del passato ma un mostro tuttora in agguato, e che la sua rinascita assume forme tanto datate quanto insidiose. Nel frattempo, non perde la capacità di smascherare l’uso politico strumentale della memoria ebraica da parte dello Stato di Israele e dei governi occidentali, che sotto le spoglie del ricordo, nascondono interessi non proprio nobili.
Non contento, Meghnagi mette insieme pezzi di storia scomodi: la persecuzione degli ebrei nei paesi arabi e musulmani, l’esilio degli ebrei nordafricani e mediorientali, e la conseguente spoliazione palestinese causata dal progetto sionista di insediamento. Tutti elementi che vanno tenuti in relazione, pur conservando nettamente le loro distinzioni, e ciò richiede a chi legge – azzardiamo – coraggio, cioè quella virtù ormai in estinzione nel dibattito pubblico.
Un discorso che dissoda e smonta l’ipocrisia
La scrittura di Meghnagi ha il ritmo di un indefesso lavoro di scavo archeologico: spolvera via le abitudini sedimentate nel discorso pubblico, riapre genealogie dimenticate, ricompone bibliografie inedite e sposta la domanda dall’illusione della purezza delle posizioni alla fastidiosa realtà della responsabilità. Più volte, la sua prosa, impeccabilmente saggistica, si increspa di quella frizione morale che si riconosce solo nella migliore critica letteraria.
Ed è proprio quando mette in luce come le istituzioni memoriali spesso cristallizzino le narrazioni, mentre letteratura, poesia e cinema scavalcano quei confini per esplorare zone comuni tra traumi diversi, che il libro accende la sua intuizione più acuta: consegnare la memoria traumatica allo Stato significa erigere muri; portarla nella forma artistica vuol dire creare dialogo, relazione, possibilità.
In altre parole, il libro sfida il monopolio del dolore, quella tentazione di chiusura che trasforma la sofferenza in una proprietà privata, una rendita morale, una patente di vittimismo intoccabile. La memoria delle vittime, ammonisce Meghnagi, fallisce quando si trasforma in autorizzazione a ignorare qualsiasi altro tipo di vittima.
La fedeltà radicale di Meghnagi
Alla fine, il gesto più al vetriolo di Meghnagi è anche il più severo atto di fedeltà: fedeltà alla Shoah, sottraendola alla retorica consumata e abusata; fedeltà agli ebrei, liberandoli dall’ansia di dover parlare tutti in coro; fedeltà ai palestinesi, riconoscendo la loro catastrofe come un fatto storico autonomo e non come un mero riflesso sbiadito; fedeltà all’umanesimo, quella grande parola che qui viene chiamata a rispondere proprio dove ha fallito.
Un libro così non cerca facili pacificazioni, ma mette in crisi quelle apparenze di pace tanto amate dalla retorica politica e culturale. In un’epoca che trasforma ogni memoria in identità e ogni identità in schieramento, All’ombra della Shoah ricorda che il vero quesito non è quale dolore meriti più attenzione, bensì quale responsabilità siamo ancora capaci di costruire partendo dal dolore altrui.



