Procreazione assistita alla Mangiagalli di Milano: quando il servizio pubblico batte tutti senza neanche sudare

Procreazione assistita alla Mangiagalli di Milano: quando il servizio pubblico batte tutti senza neanche sudare

Un gioiellino della scienza che si vanta di essere radicato nel cuore beneamato del servizio sanitario pubblico. Parliamo, naturalmente, del centro di procreazione medicalmente assistita (Pma) del Policlinico di Milano, quello stesso luogo mitico ospitato nella storica Mangiagalli. Qualcuno ha pensato bene di parlarne in pompa magna l’11 giugno scorso in commissione welfare a Palazzo Marino, come se fosse una novità esplosiva.

Ma non si può negare una cosa: questa struttura, tra fecondazione in vitro e magia scientifica, è una sorta di eccellenza mondiale. Basta dare un’occhiata ai numeri forniti da Edgardo Somigliana, direttore della Struttura Complessa, non proprio uno che si inventa i dati sul momento. Pare che ormai oltre il 4% dei bambini nati in Italia siano frutto di fecondazione in vitro, ma attenzione: in Lombardia questo è il 7%. Scommettete che la sanità pubblica di questa regione ama farsi vanto? Oltre 24mila cicli, pari a un quartino degli interventi nazionali, e ben il 25% delle nascite totali

Ora, il vero pezzo da maestro: mentre nel resto d’Italia ci si affida al privato come fossero riti arcani, in Lombardia il privato si prende solo il 5% della torta. Il resto? Lo stesso sistema sanitario pubblico, quello che ci raccontano ogni giorno essere stressato fino all’osso. Ovviamente, questo miracolo è il risultato di battaglie lunghe decenni, partite quasi vent’anni fa, per garantire a tutti l’accesso. Un applauso di circostanza.

I primati da Guinness della scienza milanese

Se pensavate che i numeri fossero impressionanti, aspettate di sentire della produzione scientifica del Policlinico. Questa struttura non si limita a inseminare ovuli a destra e a manca: pubblica mediamente tra i 30 e i 35 studi scientifici all’anno su riviste internazionali. E non parliamo di quattro righe su qualche blog, ma di lavori pesanti, da primo in classifica a livello mondiale, almeno fino a poco tempo fa.

Leggete questa: prima della recente chiusura (indovinate un po’ a chi la si deve, ai tagli decisi da chi dall’altra parte dell’oceano fa il bello e cattivo tempo), un portale di monitoraggio statunitense considerava il centro milanese al top mondiale nella ricerca sull’infertilità femminile e nella fecondazione assistita, piazzandolo addirittura terzo per lo studio sull’endometriosi.

I più curiosi saranno felici di sapere che proprio sul fronte endometriosi è stato anticipato uno studio firmato dal Policlinico, San Raffaele e Macedonio Melloni. La domanda esistenziale? Chirurgia o fecondazione assistita? Risposta preliminare: tre volte meglio la via “medicale” rispetto a quella chirurgica. Roba da lasciare a bocca aperta i sostenitori del bisturi.

La rivoluzione del “meno è meglio”

Ora, non è solo questione di quante pubblicazioni e cicli si fanno, ma anche di filosofia. Grazie a un’intuizione del luminare Walter Vegetti, dall’ormai lontano 2011 il centro ha detto addio ai protocolli aggressivi che tanto spesso devastano, preferendo un approccio che somiglia più alla meditazione zen che a un campo di battaglia farmaceutico: “less is more”, meno è meglio.

Sì, avete letto bene. Meno farmaci, più rispetto per la natura, e soprattutto la scelta di trasferire gli embrioni uno alla volta, su cicli naturali. Dimenticate le terribili iperstimolazioni ovariche e le gravidanze gemellari da panico che pesano sulle povere donne come una sentenza. Ecco, finalmente qualcosa che prova a rispettare il corpo umano anziché trattarlo da laboratorio chimico.

Conservazione biologica: la fantascienza che diventa routine

Pensate che il fascino finisca qui? Macché. Si va avanti con la conservazione biologica, di cui il centro è pioniere. Non solo una semplice biobanca di spermatozoi (nata nel 1986, mica ieri), ma pure programmi di congelamento del tessuto ovarico e una tecnica tutta sua e brevettata: la crioconservazione della polpa testicolare. Avete capito bene, roba da film di fantascienza anni ’80 che ora è routine clinica.

Le sorprese continuano anche nella diagnostica pre-impianto, una pratica di oltre vent’anni usata per aiutare coppie con patologie genetiche gravi come la fibrosi cistica o l’anemia mediterranea. E qui si apre un altro capitolo di quella novella italiana: dopo anni di finanziamenti con risorse proprie, la Regione sta valutando di includere queste prestazioni tra i Lea. Un miracolo? O solo l’ordinaria follia della burocrazia che finalmente si accorge di qualcosa?

Battaglie culturali o slogan da campagna elettorale?

Naturalmente, non poteva mancare la sterile e sempreverde battaglia culturale – perché se non si usa il verbo “combattere”, come fa un politico a sentirsi vivo? La grande sfida, si dice, è portare la prevenzione tra i giovani e abbattere quei tabù che fanno tanto comodo sia alla medicina che alla politica di turno.

L’augurio dei medici del Policlinico è che si inizi a parlare apertamente nelle scuole, e non in quei soliti corsi superficiali che sembrano più un promemoria scritto a metà. Ma, come sempre, tra promesse, commissioni e chiacchiere da salotto, restiamo con un pizzico di scetticismo: quanto durerà questo slancio innovativo prima di tornare nella palude dei soliti burocrati e interessi oscuri?