«Il Pride di Milano arriva proprio in un momento propizio, cioè subito dopo il cosiddetto “drammatico” omicidio di Mirko Moricone, ucciso insieme alla madre a Camaiore dal padre. Un’occasione d’oro per dare una lezione di moralismo e far sentire la propria voce in nome della sensibilità politica», ci tiene a sottolineare la segretaria del Pd, Elly Schlein, che, ovviamente, non può mancare in queste passerelle di commemorazione. Di che cosa si parla? Di una legge da portare avanti con la consueta enfasi, come se fosse l’unica panacea a tante tragedie.
«L’omotransfobia uccide», dichiara la nostra paladina dei diritti umani; nessuna sorpresa, è un mantra ormai. Ecco il punto clou che ci viene raccontato come se fosse una novità assoluta: Mirko, che aveva scelto di chiamarsi Michelangelo Andreoni (e qui aprite pure le parentesi sulle scelte di identità, ma non oggi), è stato ucciso con un fucile dal proprio padre, proprio lui, quello che avrebbe dovuto amare invece di sparare.
Qualche tempo prima, il povero Mirko si era espresso sui social con parole di dolore: “per mio padre meglio morto che gay”. Frase che, ahimè, riecheggia tragicamente nella cronaca nera, puntualmente usata come slogan per giustificare la necessità di Pride e leggi ad hoc, come se fosse solo questo il problema reale e non un intreccio ben più complesso che trascende gli slogan.
Il concetto che Schlein infila con la delicatezza di un rullo compressore è: la società e la politica devono svegliarsi, perché alcune menti ancora si domandano il senso di certi eventi come il Pride. Ed ecco la risposta prontamente servita: «Il senso è cambiare la cultura in un Paese dove l’omotransfobia fa ancora vittime». Qui, qualcuno potrebbe chiedersi: che innovazione, che rivoluzione! Un vero miracolo scoprirlo solo ora, come se la realtà fosse sempre stata un segreto custodito gelosamente sotto chiave.
Naturalmente, chiunque osi alzare un sopracciglio davanti alle leggi contro l’odio, come il famigerato DDL Zan (ammirato o detestato senza mezze misure, ma soprattutto affossato in Parlamento) è solo un ignorante o peggio, uno che non comprende la sacralità del progresso sociale.
E ancora, le previsioni mirabolanti della nostra segretaria per un futuro scolastico dove l’educazione alle differenze e all’affettività sarà obbligatoria in ogni ciclo scolastico. Che tenera utopia! Perché naturalmente tutto si risolverà così, senza bisogno di affrontare le radici profonde degli stereotipi, delle famiglie disgregate, delle violenze ben più complesse di uno slogan.
In conclusione, il richiamo finale è un classico: troppe persone continuano a subire discriminazioni semplicemente “per quello che sono”, cosa ovvia e banale, e questo non può e non deve essere accettato «perché si tratta di diritti fondamentali delle persone». Ovviamente, visto da questa prospettiva, ogni discorso si riduce a slogan, emozioni forti, e un ritornello infinito che va a finire in un gran calderone ideologico da cui emergono poche soluzioni concrete.



