Benvenuti all’ennesima puntata del teatro mondiale, direttamente da Londra, dove Holly Ellyatt ci aggiorna su una situazione che sembra uscita da un film d’azione a basso budget ma purtroppo è fin troppo reale. La Grande Avventura contro l’Iran prosegue, o almeno così ci vogliono far credere, con il Presidente Donald Trump che si prepara a farci il salutare “annuncio importante” in prima serata (per l’America, ovviamente: per Londra bisognerà svegliarsi alle 2 di notte, perché il sonno è per i deboli).
Il conflitto militare in corso tra USA e Israele contro l’Iran non ha ancora compiuto un mese, ma la fatica da guerra sembra aver iniziato a farsi sentire anche tra i ranghi alti. Cade l’entusiasmo iniziale e Trump, nella sua infinita saggezza strategica, avrebbe confidato ai suoi che sarebbe disposto a chiudere tutto senza necessariamente riaprire lo “Stretto di Hormuz” – quella via marittima bloccata che per magia dovrebbe essere la fonte di tutto l’olio che gli europei non vogliono andare a prendere da soli.
Ah, a proposito di alleati, il buon Trump non perde occasione per dare lezioni di diplomazia stile “do it yourself” ai suoi partner europei. Martedì ha ribadito con sarcasmo che il Regno Unito e la Francia possono benissimo “andare a prendere il loro petrolio” da soli, visto che non si vogliono sporcare le mani nel conflitto creato a loro insaputa.
Cosa aspettarsi dal discorso del presidente
Pronti a rimanere svegli? Il discorso serale del Presidente Trump promette scintille da replay notturni, alle 2 del mattino per chi si trova a Londra. Si tratta, ovviamente, di un appuntamento che farà felici corpi diplomatici nervosi, mercati in ansia e cittadini affaticati: l’obiettivo è rassicurare tutti che la battaglia in corso sia sul punto di concludersi, o almeno così il nostro eroe sembra suggerire. Pare infatti che un accordo di pace potrebbe essere a portata di mano, o, in alternativa, un’escalation con truppe a terra statunitensi – perché, si sa, la guerra fa sempre comodo come passaggio scenico.
Trump ha annunciato, con quel suo tipico candore da “facciamo finta di niente”:
“Prevedo che le forze militari statunitensi lasceranno l’Iran in due o tre settimane.”
Di seguito, la perla di saggezza: “Andremo via perché non c’è più motivo di restare. Partiremo molto presto.” Come a dire, chiudiamo in bellezza questa telenovela, e magari senza nemmeno dover firmare un accordo di pace. Solo una dichiarazione di vittoria, come quando trionfi al gioco dell’oca, e via tutti a casa.
Non c’è da stupirsi che i mercati globali stiano facendo i salti di gioia all’idea che questa farsa bellica possa terminare quanto prima. I listini asiatici si sono risollevati nottetempo, le borse europee si preparano a rialzarsi con entusiasmo, e anche i futures di Wall Street mostrano segnali di vita, tutti speranzosi in un rapido “basta così”. Nel frattempo, i prezzi del petrolio continuano a salire come se il mondo non avesse altre preoccupazioni.
Naturalmente, il buon Trump terrà ben presente che questa guerra non ha mai goduto della simpatia dei suoi stessi cittadini americani, e che la maggioranza preferirebbe vedere “America First” applicato davvero, magari senza dover sacrificare un altro dollaro in conflitti lontani. Figurarsi se vogliono starsene a guardare le loro televisioni mentre “capitan America” ci racconta come salvare il mondo con un tweet.
Tra le altre notizie di martedì c’è anche la firma di un ordine esecutivo da parte di Trump per limitare il voto per corrispondenza alle prossime midterm del 2026. Una scelta che non ha certo scaldato gli animi degli esperti di diritti civili, i quali prevedono che milioni di americani potrebbero rimanere seduti sulla soglia del seggio, senza potere esprimere il proprio voto.
Ah, e dato che oggi è il 1° aprile, un occhio scaltro starà sicuramente cercando di distinguere cosa è reale e cosa invece è solo un pesce d’aprile avanzato. Ma, in verità, in tempi come questi, è sempre più difficile capirlo…
Passando ad aziende che mandano segnali ben meno festosi, Oracle si prepara a tagliare migliaia di posti di lavoro proprio mentre investe pesantemente sull’intelligenza artificiale. La compagnia, evidentemente, non ha ancora imparato che spendere un capitale da capogiro per stare al passo con la concorrenza è una strategia infallibile per scatenare il panico tra investitori e azionisti. Che dire? Un classico caso di “investiamo tanto oggi, per piangere domani”.
Il calo delle azioni del colosso software è il risultato appunto della paura degli investitori di essere investiti da modelli di intelligenza artificiale generativa troppo competitivi e dalla crescente mole di debito che Oracle sta accumulando per sostenere i suoi ambiziosi piani tecnologici. Nel frattempo, il flusso di cassa si assottiglia sempre di più, in un’altalena tra speranze e deliri da innovazione a tutti i costi.
Nel mondo frenetico della geopolitica e dell’alta tecnologia, l’unica certezza è che nessuno sembra avvertire la stanchezza. O forse, è proprio questo il problema.



