La cosiddetta “trappola di Tucidide” è diventata il tormentone geopolitico italiano più gettonato, un po’ come quei successi estivi che ti si piantano nel cervello senza chiedere permesso. Il jingle è semplice da ricordare e gira da ben 2500 anni: quando una potenza in ascesa sfida quella dominante, il copione è già scritto: quasi sempre guerra e quasi sempre vittoria dell’outsider. L’ultima hit in materia ce l’ha regalata Xi Jinping in persona durante la chiacchieratissima chiacchierata con il suo amico Donald Trump a Pechino. Ora è diventato irresistibile per editorialisti, strateghi improvvisati e professori di storia rispolverati all’ultimo secondo per arricchire discussioni da bar con planisferi e mappe antiche. Il copione è irresistibile: Cina brillante nuova potenza, Stati Uniti reduce di gloria ora in declino, inevitabile collisione, finale già scritto. Sipario. Tucidide deve esserci rimasto male, visto come viene sdoganato in modo così comodo senza analisi approfondite.
In Europa, sempre ansiosamente alla ricerca dell’ultima interpretazione geopolitica del momento, il riassunto è stato questo: dalla Cina austera e lungimirante un avvertimento severo all’imbranato impero americano in crisi di nervi. Attenti, Sparta del XXI secolo: qui finisce con la guerra e la storia ha già un nuovo padrone. Nulla da eccepire, solo che, come ogni tormentone, anche questo rischia di perdere sapore a furia di ripeterlo. Per afferrare il vero senso nascosto devi ricordare che una trappola funziona solo se chi la cita teme di entrarci dentro. E Xi Jinping mostra una quasi ossessione per il grande storico greco. Lo richiama dal 2014: prima con Obama, poi con Biden, ora con Trump, non certo per mancanza di esempi storici più recenti o meno complicati. Questo insistere così frequente merita una riflessione più attenta: se sei convinto di essere il predatore e non la preda, perché parlare tanto del topo nella tagliola? Perché avvertirlo, invece di fargli solo annusare il formaggio?
Dietro l’ammonimento che sembra rivolgersi a Washington, reale e sincero, si cela una paura esattamente opposta: che il topo sia, in realtà, la stessa Cina. Il discorso si amplia, quindi, più che ribaltarsi: oltre a mettere in guardia gli Stati Uniti, Pechino pare firmare un’autentica confessione di ansia strategica pubblica. Una frase sofisticata, elegante e persino un po’ disperata per dire: rallentiamo, prendiamoci un respiro, non rovesciamo il tavolo, perché un attimo e le testate nucleari finiscono per terra. Se davvero credessero che la trappola fosse un destino ineluttabile e la guerra soltanto questione di tempo, sceglierebbero la soluzione più logica: togliersi il dente subito ed entrare subito in campo di battaglia.
È vero, oggi gli Stati Uniti sono ancora una potenza enorme – anche se politicamente isterici, militarmente troppo impegnati e strategicamente confusi. Ma domani? Chi può saperlo? Forse si riprenderanno, perché gli imperi, nonostante le cerimonie funebri degli editorialisti, hanno questa maledetta abitudine di non morire mai così facilmente.
E invece, sorpresa delle sorprese, la Cina non ha proprio voglia di farsi coinvolgere nella guerra. Anzi, sembra quasi terrorizzata dall’idea che la famigerata trappola di Tucidide decida di scattare prima del previsto. Per quale motivo? Semplice: la “prosperità” cinese non è ancora così prospera da potersi permettere una bella rissa globale. Nonostante nei convegni europei sia già consacrata come il futuro grande illuminato della nuova era multipolare, la vera Cina rimane una potenza muscolosa, sì, ma ancora traballante, lontana dal poter affrontare un vero scontro finale senza troppi danni.
Pechino oggi è indubbiamente uno spettacolo impressionante a livello industriale, tecnologico e commerciale, ma attenzione: è pur sempre un edificio sorretto da mille impalcature fragili. Ha un problema demografico che potrebbe scrivere libri di storia di follia, una domanda interna tiepida come un tè annacquato, un esercito all’avanguardia che però non ha sparato un colpo in guerra vera dal 1979, e un modello di crescita che si regge grottescamente sulla stabilità internazionale garantita dagli stessi Stati Uniti. E qui si arriva al capolavoro dell’ironia secolare: la Cina è quel che è diventata proprio grazie all’ordine imposto dagli USA. Tra dollaro imperiale, prestiti a go-go, mercati occidentali aperti e rotte commerciali custodite a colpi di portaerei, rinunciare a tutto questo oggi sarebbe puro masochismo. Voler demolire quel sistema senza avere un’alternativa decente pronta è da veri temerari, o semplicemente suicidi. A Pechino, per fortuna, di suicidi se ne vedono pochi.
Tempo, la virtù più scarsa nella trappola di Tucidide
La ricetta di Pechino è tanto chiara quanto impalpabile: serve del tempo, tanto, forse troppo. Bisogna rafforzare la stabilità interna, redistribuire quel poco di ricchezza senza far scoppiare rivolte, sviluppare il mercato interno, contenere le diseguaglianze da film d’orrore, mettere un freno agli oligopoli tecnologici e trasformare la cosiddetta “innovazione” in un collante sociale. Peccato che la famigerata trappola di Tucidide non stia a guardare e – per definizione – non si fa mettere i piedi in testa dal calendario. Il tempo lo divora voracemente, senza pietà.
Così abbiamo assistito a due pellegrinaggi di prestigio verso Pechino: prima Donald Trump, poi Vladimir Putin. Un pompante spot di forza cinese, naturalmente, ma dietro la calma studiata e le pose patinate si leggeva il respiro affannoso di chi tenta disperatamente di far convivere due strategie destinate a mordersi la coda: bruciare le tappe nel cambio dell’egemone globale senza innescare una rivoluzione prematura. Deliziosa magra figura di equilibrio sui tacchi alti del geopolitico.
Trump, nel suo nichilismo da palcoscenico, probabilmente ha fiutato qualcosa. O forse no, chissà. Quel che è certo è che nel suo surreale delirio onnipotente non ha fatto altro che agitare ulteriormente le acque, solleticando la proverbiale inquietudine del suo “nemico-amico” Xi Jinping. Quando gracchia di bombardare l’Iran «nel weekend, la prossima settimana o magari tra tre ore», sta forse inconsapevolmente (o forse no) trasformando la sua confusione in pressione psicologica, ricordando a Pechino che nel caos la storia cambia sempre marcia. E che le trappole più pericolose sono proprio quelle che scattano quando tutti gli attori stanno ancora cercando di piazzarle, con il fiato corto e un sorriso forzato stampato in faccia.



