Una corte federale americana ha appena dimostrato che essere il più ricco del mondo non basta per vincere una causa da 150 miliardi di dollari. Elon Musk, deciso a sfidare il colosso dell’intelligenza artificiale OpenAI e il suo capo Sam Altman, si è trovato a raccogliere solo un bel nulla di fatto. La causa, iniziata il 28 aprile, era una sorta di partita a scacchi legale che avrebbe potuto riscrivere il futuro dell’IA, decidendo chi può davvero trarne vantaggio e come debba essere usata – ma evidentemente non ha convinto la giuria a farsi prendere dall’entusiasmo.
Il verdetto, espresso da nove giurati con la sobrietà che solo un processo di questa portata sa offrire, ha lasciato tutto com’era, sconfitto da una combinazione di testimonianze contraddittorie e credibilità vacillante sia per Musk sia per Altman. In una battaglia degna di un thriller legale, le due fazioni si sono scambiate accuse di avidità, ognuna più interessata ai soldi che all’interesse pubblico – una bella novità nel mondo dei magnati tecnologici.
La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha rispedito al mittente la richiesta di risarcimento con una rapidità che farebbe impallidire i contestatori del “slow justice” americano. Fine della triste favola per Musk, che aveva creduto forse un po’ troppo nei colpi d’effetto più che nelle carte in tavola.
Credibilità in bilico: chi mente davvero?
Nell’arringa finale, il sempre impeccabile avvocato di Musk, Steven Molo, ha tentato di seminare dubbi fondatissimi – o forse solo ben calibrati – sulla sincerità di Altman. “Diversi testimoni lo hanno definito bugiardo”, ha tuonato, mettendo sul piatto anche l’incertezza dello stesso Musk nel reputare affidabile il suo avversario. Insomma, più che un processo sembrava un campionato di Wrestling verbale dove la regina indiscussa è l’imperscrutabilità morale.
Steven Molo ha sintetizzato:
“Se non vi fidate di Sam Altman, questa causa non può che andare persa.”
Come se la credibilità fosse un comodo interruttore da accendere e spegnere a piacimento, se non hai fiducia nel tizio di fronte, niente da fare. Dimenticando che in questo show nessuno è davvero una cima di onestà.
Soldi, potere e quel poco di altruismo rimasto
Musk ha scagliato la sua accusa come una furia: OpenAI, da bella promessa no-profit, si è trasformata in una girandola di profitti per investitori e “insider” dimenticando la sacra missione di sicurezza e beneficio universale. Sharpe shots anche verso Microsoft, che da par suo avrebbe ignorato le vere motivazioni che muovono la startup diventata ormai gigante da 850 miliardi di dollari, preferendo evidentemente un sano interesse economico alla favola altruistica.
Non tardano le contromosse del team difensivo di Altman, che ha con stile ribaltato la frittata affermando che il vero esperto di business è proprio Musk, mentre la querela sarebbe arrivata fuori tempo massimo. In aula, l’avvocato di OpenAI, William Savitt, non si è scomposto, commentando caustico:
“Il signor Musk può essere d’oro in certi settori, ma di certo non quando si parla di intelligenza artificiale.”
Un complimento, senza dubbio. Nel mondo dell’IA, l’abilità non si misura in Tesla o razzi, evidentemente.
Il processo che ha messo in scena la tecnologia delle élite
Tre settimane di spettacolo legale hanno visto un carosello di magnati ed esperti tecnologici sfidarsi senza troppi gentili convenevoli. Musk ha provato a dipingere la trasformazione di OpenAI da ente no-profit a potenza industriale come un tradimento epocale, uno scivolone verso gli inferi del capitalismo tecnologico e del tornaconto personale.
La posta in gioco era altissima. Una vittoria di Musk avrebbe costretto OpenAI a fare un repentino dietrofront, tornando ad una struttura no-profit, azzerando ogni piano per la tanto sognata ipo ed estromettendo investitori milionari del calibro di Microsoft, Amazon e SoftBank. Di fatto, una vera catastrofe per il delicato equilibrio globale che domina la corsa all’intelligenza artificiale.
Ma perché tutta questa battaglia? Perché Musk aveva donato 38 milioni di dollari con l’illusione di sostenere un laboratorio di ricerca etico e trasparente, salvo poi giudicare l’evoluzione dell’azienda una deviazione pericolosa dalla missione originale.
La giuria però si è trovata davanti un ostacolo preliminare non proprio di poco conto: Musk aveva intentato la causa ben quattro anni dopo l’ultima donazione, superando i termini legali per una simile richiesta. Risultato? La sentenza ha definitivamente chiuso il caso senza nemmeno dover scendere nel merito delle snervanti dispute economiche e morali.
Insomma, un finale tragicomico che conferma come nel mondo visionario delle high-tech mafia, legalità e morale camminino spesso su binari paralleli, destinati a non incrociarsi mai davvero.



