Il debito globale non conosce soste, anzi, riesce a crescere sempre più in fretta, superando a pieni voti ogni record di follia economica. Nel primo trimestre del 2026, l’enorme montagna di passività mondiale ha sfiorato la stupefacente cifra di 353 mila miliardi di dollari. Tranquilli, non è stato un colpo di fortuna, ma soprattutto un merito dei prestiti governativi a forma di bombardamento di liquidità da parte di Stati Uniti e Cina. Nel frattempo, il mondo si sbriciola geopoliticamente, ma pare che ai mercati questo non interessi proprio nulla. Gli analisti, fra uno sbadiglio e l’altro, si domandano se «la crescita potrà salvarci da questa spirale infernale».
L’Institute of International Finance ha segnalato con la solennità di chi annuncia una catastrofe annunciata che «il debito globale ha toccato il record di quasi 353 mila miliardi di dollari, ma il rapporto debito/Pil globale si è miracolosamente mantenuto stabile al 305%». Numeri che dovrebbero ispirare l’ottimismo, forse ironico, in un panorama finanziario galleggiante su una bolla di euforia e ignavia, mentre la guerra in Medio Oriente si fa sempre più minacciosa. Mai la crisi è stata così vicina eppure così ignorata.
L’accumulo di debito procede a ritmo frenetico: per il quinto trimestre consecutivo, nel primo trimestre 2026, si è registrato un aumento di oltre 4.400 miliardi di dollari. Davvero uno sprint formidabile, il più rapido dal secondo trimestre del 2025. Ovviamente questo focoso incremento non è distribuito equamente, ma rivela una spaccatura geografica e settoriale che farebbe commuovere un sociologo.
Gli esperti dell’istituto di Washington spiegano che «in termini assoluti, gli aumenti si sono concentrati principalmente in Cina e Stati Uniti, trainati dall’indebitamento pubblico». Proprio così, è il governo a fare la parte del leone, ma non solo: anche le imprese statali cinesi, quelle che sembrano maneggiare i soldi come se fossero coriandoli, hanno sfornato un corposo carico di prestiti, andando a superare persino le emissioni obbligazionarie di Pechino.
Fuori dal duopolio USA-Cina, la situazione prende strade divergenti. Nei mercati avanzati, infatti, il debito si è leggermente ridotto — una vera e propria isola di sobrietà — mentre nei paesi emergenti (a parte la Cina, ovviamente), il totale ha raggiunto il record di 36.800 miliardi di dollari, ormai una piccola montagna di debito. E chi ci mette la faccia? I governi locali, come sempre, ovvero quelli che dovrebbero gestire questi numeri da bilancio a stelle e strisce ma che invece si lanciano a capofitto nel crearsi nuovi debiti.
L’istituto evidenzia anche che, rapportando il tutto al prodotto interno lordo, i paesi avanzati gongolano con un calo del debito, mentre le nazioni emergenti assistono a impennate drammatiche, con incrementi di oltre trenta punti percentuali in posti esotici come Norvegia, Kuwait, Cina, Bahrein e Arabia Saudita. Un vero festival del rischio finanziario globale.
L’Instabilità Finanziaria Non è Mai Stato Così Divertente
L’attuale equilibrio economico poggia su fondamenta così instabili da sembrare costruite con le carte di uno squalo. Eppure la finanza fa finta di niente. Gli analisti hanno preso di mira questo paradosso, chiarendo come «le tensioni in Medio Oriente finora abbiano avuto un impatto minimo fuori dal settore energetico».
Dopo un iniziale sussulto, la propensione al rischio è tornata come se nulla fosse, immortalando un mercato del debito decisamente zen, con «pochissimi segnali di stress imminente». Da non crederci, nonostante il conflitto che imperversa in un decennio già funestato da pandemia, crisi logistiche e nuove alleanze da serie tv.
In un’esemplare mossa strategica, gli Emirati Arabi Uniti hanno svoltato lontano dal Opec+, regalando un delizioso colpo di scena al mondo delle risorse. Nel frattempo, l’inflazione galoppante — grazie ai rincari energetici e alimentari su cui nessuno può più chiudere gli occhi — costringerà quelle popolazioni che importano petrolio ad aprire il portafoglio sempre più a fondo. Come? Aumentando le tasse, ovviamente, per compensare deficit allora inevitabili e prestiti extra in un circolo vizioso che fa impallidire la giostra dei crediti.
Il rapporto è decisamente chiaro nell’ammonire tutti gli allegri danzatori sul tetto del debito globale che «i rischi sono concreti». Guardando avanti, le pressioni strutturali come l’invecchiamento demografico, l’incremento della spesa militare e le nuove esigenze di sicurezza e diversificazione promettono di aggiungere altre polveri alla miccia della nostra bolla finanziaria. E chissà chi troverà il coraggio di smettere questa festa tragicomica?
Ma certo, perché mai dovrebbe esserci un minimo di preoccupazione? In un mondo in cui crisi energetiche, guerre e sicurezza informatica si intrecciano come in un intricato romanzo d’azione, il debito pubblico e privato sono destinati a salire, naturalmente. Secondo le previsioni più ottimistiche – o forse pessimistiche, a seconda dei gusti – si assisterà a un incremento sostenuto delle passività, trainato da spese titaniche, soprattutto nel settore dell’intelligenza artificiale. Una ricetta perfetta per una montagna di debiti che farà impallidire anche il più audace degli scommettitori finanziari.
Si assiste così a un curioso balletto internazionale: gli investitori globali, stufi di puntare tutto sui buoni del Tesoro statunitense, cominciano a fare le valigie e a guardare altrove, magari verso gli imperturbabili titoli di Stato europei o giapponesi, che con la loro solidità da manuale offrono nuove fantastiche opportunità di diversificazione. Nel frattempo, il mercato obbligazionario corporate a stelle e strisce è in pieno boom, alimentato dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e dall’afflusso di capitali esteri, come se la festa non dovesse finire mai. Ma attenti, perché l’amoroso corteggiamento verso i bond americani sembra ormai essersi raffreddato, segno che forse l’infinita fiducia nella Casa Bianca sta iniziando a vacillare.
I numeri del Congressional Budget Office sono impietosi: il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti è sulla rampa di lancio per un’impennata, portando il paese verso un futuro fiscale quanto meno nebuloso. Le aziende tech, però, non si fanno scoraggiare: emettono debito a ritmi vertiginosi per finanziare spese faraoniche nel campo dell’intelligenza artificiale, senza però registrare uno straccio di default. Un miracolo? No, solo un’incrollabile fiducia dei mercati privati americani, dove la domanda estera per i bond corporate è addirittura quattro volte superiore a quella per i tradizionali Treasury.
Emergenti: la forza che tutti fingono di ignorare
Passiamo a un altro miracolo moderno: i mercati emergenti. Sorprendentemente – o forse no – questi Paesi dimostrano una resistenza notevole di fronte a una serie quasi infinita di shock esterni. Le loro metriche di debito rispetto al PIL sono più alte, certo, ma il debito resta sorprendentemente solido e gli spread sui loro bond sovereign sono prossimi ai minimi storici, sfidando la logica e le aspettative dei pessimisti cronici. Di fatto, grazie a un dollaro più debole, fondamentali economici ancora robusti e una finestra di accesso ai mercati internazionali infinita, i Paesi emergenti sono riusciti a emettere eurobond sovrani a ritmi da record, raggiungendo il 10% di finanziamenti in valuta forte, un vero exploit rispetto alla media degli ultimi cinque anni.
Non importa se un Paese presenta evidenti vulnerabilità debitorie: si alzano i calici per la Repubblica Democratica del Congo, che ha sorpreso tutti piazzando al debutto un’emissione che nessuno si aspettava. Un segnale chiaro che nel gioco del debito globale, la finanza non conosce pietà e premia anche chi dovrebbe essere guardato con la lente d’ingrandimento dell’attenzione. Insomma, emozioni forti e titoli a go-go, con l’audience generale a chiedersi se qualcuno davvero stia tenendo il conto di questa follia collettiva.
La prova del fuoco incombe: 24 mila miliardi di scadenze in arrivo
Come se non bastasse giocare a rincorrersi con debiti gonfi come palloni aerostatici, da qualche parte nel mondo un banco di prova ben più serio sta per presentarsi fra un sorso di cocktail al gas e una chiamata Zoom sul supercomputer dedicato all’intelligenza artificiale. Sono infatti previste scadenze per oltre 24 mila miliardi di dollari (sì, avete letto bene) da rimborsare nel 2026: 17 mila e passa miliardi tra paesi maturi e oltre 7 mila nei mercati in via di sviluppo. Numeri che suonano come il conto salato dopo una festa che nessuno ha davvero voglia di pagare.
E questa gigantesca montagna di rimborsi si aggiunge a un’atmosfera già delicatissima, in cui ogni regione del mondo dovrà vedersela con un’impennata dei costi per interessi. Specialmente il Giappone, che si candida a fare da apripista per vedere quanto resisterà questo complicatissimo meccanismo. Sarà dunque curioso osservare se l’attuale fragile assetto finanziario mondiale sia davvero il risultato di fondamentali economici robusti o una gigantesca illusione, gonfiata dalla costante espansione del credito e dalla fiducia cieca nei mercati.
Dopotutto, quando il castello di debito comincerà a vacillare, tutti si accorgeranno che forse la musica non era così invitante come sembrava all’inizio. Ma fino ad allora, brindiamo al debito che vola alto e ai mercati che, contro ogni logica, preferiscono giocare d’azzardo con l’ignoto piuttosto che scendere dal treno in corsa.



