Finalmente ha aperto i battenti l’edizione 2026 di Tuttofood, la fiera dell’agroalimentare che si svolge negli immancabili padiglioni di Rho. Per dare il via alle danze, alle 11 in punto si è svolta la solita cerimonia del taglio del nastro, con tanto di benedizione ministeriale: presenti il potentissimo Adolfo Urso e il sempre sorridente Francesco Lollobrigida. Un vero spettacolo di formalità nell’era dell’innovazione… o forse no.
Francesco Lollobrigida, nel suo classico galateo istituzionale, ha dipinto Tuttofood come “una vetrina internazionale che racconta la capacità dell’Italia di affermarsi nel mondo come patria del bello, del buono e della qualità”. Insomma, ci teniamo a ricordarci che siamo immersi in un sogno di Made in Italy imbalsamato tra prosciutti e barriques. A detta sua, la fiera sarebbe quella magia che mette insieme produttori, trasformatori, distributori e – ciliegina sulla torta – buyer internazionali, perché la sinergia fa sempre rima con… affari. E tutto questo senza dimenticare la crescita dell’export, la promozione del brand tricolore e la creazione di nuove “opportunità” economiche, un termine che nel mondo politico suona come “ennesima speranza”. Naturalmente, nel contesto globalizzato e super complesso in cui viviamo, Tuttofood è il “punto di riferimento” per spingere innovazione e qualità. Parola di ministro.
L’export agroalimentare che fa sognare
Non poteva mancare il cameo di Matteo Zoppas, presidente di Ice-Agenzia, che si è lanciato in un entusiasmo da venditore di automobili usate. “Il 2025 ha confermato la forza strutturale dell’agroalimentare italiano”, ha annunciato solennemente, ricordando un export in crescita del 5% rispetto all’anno precedente, con un valore da capogiro di 72,5 miliardi. E tutto questo, attenzione, malgrado le tradizionali tensioni geopolitiche e le incertezze che ogni anno ci tengono compagnia come una brutta pubblicità che torna puntuale.
E come ciliegina su questa torta iper-lucidata, abbiamo la menzione della cucina italiana riconosciuta come “patrimonio immateriale dell’Unesco”. Un riconoscimento che, secondo il presidente, rafforza il posizionamento e il valore percepito, trasformando di fatto il cibo tricolore in un’arma di soft power degna di un episodio di “House of Cards”. Ovvero, il Made in Italy non è solo gustoso, è anche strategico. Fantastico, vero?
I numeri da sballo di Tuttofood 2026
Se vi interessa la matematica del business agroalimentare, sappiate che Tuttofood 2026 ha fatto i compiti a casa: un incremento del 20% nel numero di espositori, con ben 5.000 brand in mostra di cui il 30% proviene da chissà dove, ossia dall’estero. Non è da meno nemmeno la schiera dei buyer, cresciuta del 30% raggiungendo quota 4.000. Se fate bene i conti, scoprirete che di questi, il 42% arriva dall’Europa, cosa che suona quasi banale, mentre il 9% è dall’America Latina, il 15% dal Far East, il 6% dal Middle East e infine il 21% dall’America del Nord, che a questo punto regna sovrana nel campionario di Visitatori che hanno già superato i 100.000. Una macchina organizzativa da applausi, con 10 padiglioni pronti ad accogliere la folla.
In definitiva, un inno all’ottimismo e alla cooperazione istituzionale, condito come sempre da disfattismi mai troppo esposti e da epiche promesse di rilancio. Perché se c’è qualcosa che l’Italia sa fare bene, è esibire con orgoglio il suo oro gastronomico, sperando di trasformarlo un giorno in oro vero, senza dimenticare di tagliare qualche altro nastro con stile.



