Un’altra indagine si abbatte su Microsoft, come se non avesse abbastanza guai. Questa volta è la britannica Autorità per la Concorrenza e i Mercati (CMA) a voler dare un’occhiata più ravvicinata al favoloso ecosistema software dell’impero di Redmond. E come se non bastasse, lo fa proprio mentre l’Europa si impegna con fervore quasi religioso per diversificare i propri “tech stack” e aumentare la tanto agognata sovranità digitale. Perché, si sa, dipendere da chi vende software è pericoloso… ma evidentemente anche chi lo produce lo è.
La CMA ha annunciato che a maggio partirà un’investigazione dal sapore “strategico” sul pacchetto software aziendale di Microsoft, che comprende il solito arsenal di Windows, Word, Excel, Teams e addirittura la piattaforma AI Copilot (che ormai sembra un must in ogni racconto di fantascienza che voglia sembrare moderna). Questi strumenti sono usati quotidianamente da centinaia di migliaia di aziende e enti pubblici nel Regno Unito, per cui l’attenzione verso la gigantesca penetrazione nel tessuto economico britannico è più che giustificata, almeno secondo la stessa autorità.
Sarah Cardell, amministratrice delegata della CMA, ha commentato senza mezzi termini:
“Un riconoscimento come ‘strategic market status’ ci permetterebbe di affrontare le persistenti preoccupazioni legate alle pratiche di licenza di Microsoft nel cloud e ci darebbe il potere di assicurare un campo di gioco più equo proprio mentre l’intelligenza artificiale si sta rapidamente diffondendo negli strumenti software quotidiani.”
In sostanza, la CMA vuole mettere un po’ di ordine nel caos tecnologico-piastrellato di leggi e regole, appigliando proprio quei dettagli che consentono a Microsoft di restare il padrone – o almeno uno dei padroni – del vapore digitale. Gesti simili sono già stati riservati a Google e Apple, insigniti di questo ambito (ma pur sempre temibile) status a ottobre scorso nei loro rispettivi regni delle piattaforme mobili. Tutto ciò, ricordiamo per dovere di cronaca, non è una condanna, ma piuttosto il riconoscimento che certi giganti devono giocare secondo regole più rigide per evitare abusi.
Il buon Brad Smith, presidente di Microsoft, ha risposto con un’allegra nota di cooperazione:
“Siamo pronti a collaborare con rapidità e costruttività per risolvere le questioni sollevate dalla CMA. Sappiamo che continueranno a esaminare ulteriormente i nostri prodotti e servizi, incluso il mercato del software aziendale.”
Le meraviglie del mercato cloud secondo la CMA
Come ciliegina sulla torta, a luglio la CMA aveva già diffuso un rapporto spietato sul mercato dei servizi cloud, scoprendo niente meno che… una concentrazione di mercato degna di un feuilleton italiano. Le barriere di ingresso hanno regalato a Microsoft e Amazon il potere di monopoli degni di nota, con quote di mercato che oscillano tra il 30 e il 40% nelle infrastrutture as-a-service, ovvero tutto quel mondo di elaborazione, archiviazione e reti che fanno girare gli ingranaggi digitali. Roba da far impallidire qualunque catena commerciale di quartiere.
Che fare? Dopo qualche chiacchiera con la CMA, sia Microsoft che Amazon hanno promesso azioni concrete, o almeno così dicono. Soprattutto sulla questione dei famigerati “costi di uscita” dal cloud, ossia quelle famose tariffe che ti scocciano ogni volta che decidi di cambiare provider – segno che il concetto di libertà è un optional.
Amazon ha partecipato al balletto con una dichiarazione di circostanza, ribadendo il proprio impegno verso la “scelta del cliente”, che suona un po’ come dire “potresti scegliere, ma a patto che sia sempre a modo nostro”. La compagnia ha sottolineato poi il suo supporto alle “processi chiari e comprensibili” per adottare strategie multicloud, muoversi tra fornitori e portare i dati dove si vuole – o almeno così viene detto.
Anche il signor Smith di Microsoft ha voluto metterci un po’ di zucchero sul limone:
“Questi cambiamenti rispecchiano l’impegno della CMA per garantire che i clienti del Regno Unito possano continuare a spostare, distribuire e gestire i loro carichi di lavoro nelle nuvole che preferiscono, con fiducia, flessibilità e sempre meno ostacoli.”
Ma davvero c’è molto da credere a questa sublime promessa di apertura? Tra giochi di potere, regolamentazioni che si rincorrono e giganti che sembrano incrollabili, l’Europa e il Regno Unito sembrano esserci dentro fino al collo nella trappola tecnologica americana. Tra tensioni geopolitiche e velleità di indipendenza digitale, si assiste a una farsa che più ironica non si può: si proclama la sovranità digitale mentre si continua a dipendere dai soliti colossi d’oltreoceano.
Insomma, un altro atto nell’eterna soap opera di chi detiene il potere nel mondo digitale, mentre chi dovrebbe vigilare si affanna a inseguire brandelli di autonomia tra annunci roboanti e indagini dai risultati tutto ancora da vedere.



