Un colpo di scena degno di una commedia all’italiana: Matteo Salvini, il paladino della Lega e attuale ministro dei Trasporti, si è scomodato fino a Milano per dirci, in modo fin troppo schietto, che un sindaco ideale per la città sarebbe Giuseppe “Beppe” Sardone. Il tutto, ovviamente, durante i gazebo organizzati dalla sua gloriosa formazione per le primarie di partito. Come se non bastasse, la Lega ha già fatto sapere che questa non è una semplice opinione da bar, ma una missione seria: candidare Sardone a sindaco.
Sapete, quella Lega che in passato ha fatto dell’indipendentismo padano una bandiera, ora sembra improvvisamente interessata a un volto che può fare da ponte tra la tradizione politica milanese e la sua nuova èra nazionale. L’ironia, naturalmente, sta nel fatto che questa candidatura nasca all’ombra di un sistema di primarie interne, rigorosamente blindate come pochi altri concorsi pubblici in Italia. Del resto, nulla come una bella elezione interna ordinata da un partito così disciplinato come la Lega può garantire trasparenza e apertura… o magari no.
Il candidato dell’”apparato”
La scelta di Sardone non è certo una sorpresa per chi conosce la macchina organizzativa del Carroccio: un uomo come lui, radicato nel tessuto milanese e sconosciuto ai più, è l’esempio perfetto del candidato che non fa troppo scalpore ma garantisce la continuità con le politiche di partito. Amico degli amici, e pronto a ogni compromesso utile alla causa.
In fondo, che importa se la Milano che tutti conoscono, quella vivace, cosmopolita e un po’ ribelle, rischia di scivolare in una monotonia da bassa politica? L’importante è che la macchina elettorale funzioni, che qualche cascinale venga risanato e che i voti incassati siano quelli giusti, niente di più.
Le illusioni della “democrazia” nei partiti
Scandagliando questa farsa delle primarie interne alla Lega viene da chiedersi: qual è il vero significato di “democrazia partecipata” in un contesto dove i candidati sono scelti dall’alto e i gazebo servono solo a certificare un risultato già deciso? Se fosse davvero il popolo a scegliere, forse vedremmo un calderone di candidati, discussioni accese e qualche idea innovativa. Ma no, qui siamo col regime della scelta quasi rituale, un po’ come quando si sceglie la pizza senza possibilità di variare.
In modo quasi comico, Salvini ama presentare questa faccenda come una grossa novità: dal palazzo parla di democrazia interna e trasparenza, mentre i fatti mostrano un teatrino ancorato a logiche spartitorie. Amen.
Il futuro “radioso” di Milano secondo la Lega
Cosa aspettarsi da un eventuale sindaco Sardone? Probabilmente nulla che possa sorprendere il pubblico milanese abituato alle promesse gonfiate e agli slogan senza sostanza. Dalla Lega si vende soprattutto il ritorno all’ordine, un’atmosfera rassicurante per chi ancora crede nelle “maniere forti”. Peccato che Milano sia ormai una città che vive di turismo, finanza e cultura globale, lontana anni luce da quel piccolo mondo padano che tanto piace a Salvini.
Lo scenario è quello di una squadra che, senza vergogna, omaggia impunemente un sistema di potere ormai naufragato nelle sue stesse contraddizioni. Ma non preoccupatevi: nel giorno del voto, il messaggio sarà chiaro e limpido, come un mattone che vi cade in testa.
In conclusione, il viaggio di Salvini a Milano per spingere Sardone è una classica rappresentazione della politica italiana contemporanea: tanto rumore, tanta sceneggiata, e una sola certezza… la solita solfa di sempre.



