Che novità, la guerra colpisce quella famosa e sempre dimenticata popolazione civile, questa volta nel sempre “tranquillo” Libano. Sergio Mattarella ha scelto il momento più solenne dell’anno per fare la sua magistrale constatazione: Israele sta invadendo il Paese dei cedri con una determinazione che definire “gentile” sarebbe offensivo per un elefante nella cristalleria.
Un anno fa, nella stesso palcoscenico e davanti allo stesso pubblico di ambasciatori sonnecchianti, il capo dello Stato aveva avuto la forza di condannare “duramente” le politiche israeliane a Gaza. Che tiro mancino del destino! Allora se la prendeva con quell’”esercito israeliano” che riduceva “alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani”, auspicando generosamente che almeno i “territori della Striscia” fossero accessibili agli organismi internazionali, come se bastasse una porta aperta in una casa in fiamme per salvarla.
Adesso, un anno dopo, il teatrino della tragedia si sposta a Beirut e dintorni. L’Italia, sempre prodiga di altruismo e ironicamente protagonista, mette in campo circa 1200 soldati nell’operazione ONU di interposizione, un numero che serve più a rassicurare il nostro orgoglio nazionale che a contenere qualsiasi escalation – visto che questi soldati, nella migliore delle ipotesi, osservano impotenti e, nella peggiore, finiscono persino nel mirino.
Nella grande pièce del Medio Oriente, la presenza dell’Iran come “regista occulto” conferma quel famoso detto: più gli anni passano, più le guerre diventano sofisticate e improduttive. Non ci stupisce che Mattarella lamenti amaramente che il “caos” si sia ormai trasformato in una specie di sport locale, mentre la “migliore pratica”, ovvero il conflitto armato, accumula nuovi adepti a ritmo industriale.
Il solito show dell’11 della Costituzione
Come da copione, durante le celebrazioni del 2 giugno, nel discorso più istituzionalmente corretto possibile, il presidente si è sentito in dovere di ricordare a tutti la sacralità dell’articolo 11 della Costituzione Italiana. Quel capolavoro normativo che vieta la guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali, facendo il tilt nel cervello a qualsiasi nostalgico fascista e, allo stesso tempo, dando speranza a chi pensa ancora che il mondo possa vivere in pace — concetto così desueto da sembrare alieno in un’epoca di massima ipocrisia globale.
L’arguzia del messaggio? Invitare le diplomazie presenti a farsi portavoce dell’”appello” italiano a favore del diritto internazionale e contro la “logica dello scontro e della discordia”. Il che suona tanto come dire “non fate la guerra, per favore”, a un pubblico che proprio mentre ascolta ha le mani sporche di conflitti a non finire. Da notare anche la spiacevole assenza di Russia e Bielorussia – benché si temesse il peggio, forse non erano in vena di ascoltare lezioni di pace –, ma con grandissimo fair-play le ambasciate di Israele e Iran erano invece presenti. Chapeau!
Mattarella ha lanciato un appello con veemenza quasi commovente:
“Possiamo sempre scegliere di promuovere la primazia del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni condivise, piuttosto che alimentare rancori e odi che spingono soltanto alla guerra e ai conflitti incessanti.”
Rimane, per onore di cronaca, il dolce ricordo della “causa della libertà di Kiev“, quell’aggredita che ci fa battere il cuore di patriottismo europeo – peccato che a volte sembri più importante un tweet indignato che azioni concrete davvero efficaci.
E dulcis in fundo, Mattarella annuncia la ricetta magica più gradita in tutte le sagre della diplomazia: il multilateralismo e il dialogo. Se il mondo è ormai “frammentato e complesso”, il rimedio proposto è affidarsi “alla forza della legge”, un concetto delicato se pensiamo che tanti attori internazionali usano il diritto come fosse una racchetta da ping pong. Ma non temete, perché la “professionalità” degli ambasciatori, nella loro insolita capacità di leggere “in profondità” la realtà, è la nostra ultima speranza per evitare di precipitare nel baratro.
Insomma, nelle parole preziose del nostro massimo rappresentante, il futuro della pace mondiale dipende da alcuni diplomatici che non si stancano di studiare dossier, coltivare pazienza e, forse, meditare sull’ironia che la storia è costantemente pronta a offrirci in abbondanza.



