Mancuso sbarca a Dogliani per santo amore e miracoli di gioia in mezzo a una pandemia di paura che non se ne va

Mancuso sbarca a Dogliani per santo amore e miracoli di gioia in mezzo a una pandemia di paura che non se ne va

Vito Mancuso non si scompone mentre afferma: «Non ricordo un momento così drammatico». Non urla, perché la misura del suo tono rende il giudizio ancora più tagliente. A dicembre festeggerà i 64 anni, ha attraversato guerre terroristiche, stragi e disastri ambientali, eppure il presente gli sembra segnato da un lacerante e imprevisto senso di frammentazione e sfilacciamento.

Questa lucidità allo stato puro è emersa a piazza Umberto I, durante l’ultimo giorno del Festival della Tv di Dogliani, dove il teologo e filosofo ha dialogato con il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti. Il titolo dell’incontro, un vero e proprio manifesto, recitava: “Il coraggio della gioia: conversazione sulla bellezza come resistenza civile”. Un tema che attraversa anche l’ultimo libro di Mancuso, Il dono della gioia, prima di Gesù e Cristo, edito da Garzanti nel 2025.

Malaguti parte come di consueto da una diagnosi impietosa del mondo attuale, ricordando l’intervento di Peter Thiel, il guru della tecnologia e fondatore di Palantir, che in un comizio a Roma ha evocato niente di meno che l’Anticristo, che ha deciso di vestire nei panni di Xi Jinping. Sarà un genio – o un complottista incallito? – ma la domanda che si impone è questa: come mai un tizio che dovrebbe rappresentare il futuro della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e dei sistemi più avanzati si rifugia nella narrazione manichea del demonio?

Mancuso non si sente in dovere di illuminare la mente di Thiel, ma allarga la prospettiva: «Gli esseri umani sono tragicamente inclini a pensare il mondo come diviso in bene e male, in noi e loro. Una struttura archetipica, vecchia come il tempo, che oggi si riafferma con una forza quasi patetica». Il paradosso, da cui emerge un’inquietudine palpabile, è che proprio uomini che detengono i comandi della tecnologia potentissima e l’intelligenza artificiale – guarda caso fino alla regolamentazione – ricorrono a queste vecchie e rassicuranti dicotomie. «Sono persone come Thiel che ci spaventano davvero».

Il filo sottile della paura

La paura, ovviamente, è la protagonista silenziosa di tutto l’incontro. Malaguti cita Hannah Arendt per sottolineare questa sensazione che da adulti ci venga sottratto il futuro dei nostri figli. In un’Italia che sembra aver dimenticato come si fanno i bambini (per non dire della voglia di farne), questa privazione si trasforma in un problema quasi tangibile, quasi palpabile.

Mancuso capovolge però la drammatica narrazione con un intervento sull’importanza della cura: la più umana delle dimensioni, sempre più calpestata in un mondo che racconta storie atroci di bambini maltrattati, abusati e traditi proprio da chi avrebbe dovuto proteggerli. Ma proprio mentre il male sembra dilagare come un cancro, l’uomo non può essere ridotto a esso. «Ciò che non è in vendita è la stima», fa notare il teologo.

Per evitare un naufragio totale nella brutalità del presente, Mancuso traccia una strada apparentemente ovvia ma radicale: «Possiamo salvarci solo investendo nella cultura». E non parliamo di quegli sprazzi di ‘cultura’ da salotto buono o da élite, ma di un vero e proprio esercizio di attenzione e libertà personale. «Diventa padrone del tuo tempo» incalza, citando Seneca come una sorta di nume tutelare. Perché nel mare oscuro dell’umanità non ci sono solo distruttori e carnefici: «L’umanità è anche Antigone, è Falcone, è Borsellino».

È proprio questo serbatoio di intelligenza e coscienza che impedisce alla paura di diventare l’unico linguaggio a disposizione.

Sofferenza, dolore e la questione della felicità

Il confronto inevitabilmente tocca i temi spinosi del dolore innocente e del dilemma etico ben noto ai lettori di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: è davvero possibile che una qualche forma di felicità si costruisca sul dolore di un bambino innocente?

Malaguti richiama una notizia fresca di giornata: quella di un bambino di 4 anni afflitto da un tumore al cervello, che però sta man mano scoprendo la sorprendente “magia” della sanità pubblica, insieme alla dedizione silenziosa della famiglia. C’è da una parte la spietata violenza contro i più fragili; dall’altra un sistema che, nonostante tutto, riesce ad accudire e curare.

E come si sposano questi due mondi agli antipodi? Mancuso risponde con uno scetticismo quasi ristoratore: «Io penso che i buoni siano più dei malvagi». Solo che, aggiunge, «i malvagi fanno decisamente più notizia».

Per Mancuso il bene non è una consolazione da cioccolatino per bambini, ma una struttura intrinseca e profonda della realtà. Un elemento che affonda le radici nel logos, la parola che significa raccogliere, legare, armonizzare. E poi nella nostra Costituzione, tessuta sulla res publica, sul rispetto di ciò che unisce anziché dividere.

Certo, perché nulla ci fa sentire meglio del “bene” inteso come qualcosa di logico, perfettamente allineato con la struttura del nostro cervello. Malaguti ci ricorda saggiamente che «Il bene ci fa stare bene perché corrisponde alla logica di cui siamo fatti». Ma aspetta, l’anima umana ha pur sempre quel fastidioso cervello intriso di paure che, guarda un po’, può rovinare ogni velleità altruistica. Mancuso ci dà una mano a capire: «La paura è la prima delle emozioni di base», ma fortunatamente, non è l’unica forza in gioco. Dentro di noi, esisterebbe anche una magica energia in grado non solo di costruire relazioni armoniose, ma anche di orientarle, prima che la povera buona paura si evolva in rabbia e questa diventi un disastro in piena regola.

Insomma, dietro a personaggi come Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu non c’è mica solo un oscuro disegno malvagio: no, no, si tratta di una bella miscela di paure collettive stratificate nei secoli e trasformate, quasi per magia, in violenza. Capirle? Sì, ma tranquilli, non significa giustificarle; semmai ci servirebbe a evitare che il pianeta resti impigliato in questa spirale infernale perenne. Perché, come suggerisce Mancuso, «la mente e la coscienza sono più del cervello» (ma va?), e ciò che le masse cercano non è certo la cattiveria pura, ma quel “uomo forte” o donna forte che soffi sulla brace dei timori verso gli altri promettendo magari protezione. Geniale, no?

Ed eccoci arrivati al colmo delle domande esistenziali: «Dio esiste?» Chiede l’indomito Malaguti. Mancuso non si tira indietro e, miracolosamente, non scappa via: «È inevitabile che esista un principio. Semmai la domanda è: che cos’è?» — ci ammette con tutta la saggezza del mondo. Che sia maschile, femminile, impersonale, o chissà cos’altro, il “divino” sembra diventare un indirizzo, una spinta che attraversa tutto ciò che chiamiamo vita e punta dritto all’unione. Finché non arriva inevitabile anche la gioia, perché no.

Malaguti allora lancia la sfida più tenera: torna bambino e scegli il ricordo più bello. Mancuso, senza tentennamenti, sceglie «la mia mamma». Un momento quasi da soap opera, se non fosse che il piccolo era ricoverato in clinica per 35 giorni e la mamma – una donna siciliana popolare, tra l’altro – non si è mai spostata di fianco a lui. «In quel modo mia mamma mi ha partorito una seconda volta», dice lui, quasi a spiegare che la vera rinascita passa dalla cura, dall’amore ricevuto e restituito. Ed è proprio in questo abbraccio che si ricompone il discorso: se il mondo va a pezzi, almeno qualcosa continua a tenerci in piedi.

«La gran parte delle madri, anche quelle degli animali, curano», conclude il nostro. Fine del sermone. Siamo qui non per altro, ma per amore. Quindi, gente, questo è il segreto: viviamo mettendoci amore. E se ciò non bastasse a farci andare avanti, almeno possiamo dire che ora lo sappiamo.

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