Lo scorbuto pediatrico sorprende ancora: bimba di 7 anni ricoverata al Regina Margherita, malattia dei marinai in versione moderna

Lo scorbuto pediatrico sorprende ancora: bimba di 7 anni ricoverata al Regina Margherita, malattia dei marinai in versione moderna

Ci sono malattie dal sapore antico, quelle che pensavamo di aver schiacciato sotto il peso della moderna medicina occidentale, e invece no: la tubercolosi fa il suo trionfale ritorno, insieme a gloriosi classici come gonorrea, scolo e sifilide. Che grande sorpresa! Tra queste, però, spicca il fenomeno più stupefacente di tutti: lo scorbuto. Sì, avete capito bene, quella malattia che ha fatto vittime nei secoli passati a bordo di vascelli diretti verso l’ignoto, così temuta da essere rielaborata perfino nella letteratura. E ora, contro ogni aspettativa, eccola che riemerge dalle nebbie del passato.

L’ultimo tristemente famoso episodio è freschissimo: una bambina italiana di soli sette anni, ricoverata con febbre e zoppia, si scopre affetta da scorbuto. Il bello? La piccola soffriva anche di una malattia reumatologica sistemica sottostante, la quale – come se non bastasse – la predispose a una serie di carenze nutrizionali, fra cui quella cruciale di Vitamina C. Parliamo di carenze di cui ci si sarebbe potuti liberare se solo… beh, se solo avessimo chiuso quel capitolo della storia medica.

Ma non è certo un caso isolato, oh no. Sempre allo stesso ospedale, l’Infantile Regina Margherita di Torino, qualche tempo fa, un’altra bambina di sette anni si era aggiudicata il titolo di protagonista dello scorbuto pediatrico. Per chi non lo ricordasse (supponendo che ne sia rimasta traccia nelle menti), lo scorbuto è la tragica conseguenza di una grave e prolungata deficienza di Vitamina C. Risultato? Collagene che si rovina come un vestito mal cucito, pelle, ossa, cartilagini e vasi sanguigni che si trasformano in uova di pasqua pronte a rompersi, con tutto il corollario di fragilità, sanguinamenti e dolori articolari. Alla festa si aggiungono anche astenia, irritabilità e difficoltà nel camminare. Un’illuminante denuncia scientifica ha persino trovato spazio sul prestigioso New England Journal of Medicine Evidence, firmata dall’Università degli Studi di Torino. Champagne per tutti!

Quando il tempo diventa prezioso

Il dottor Emanuele Savasta, giovane luminare della pediatria torinese, ci tiene a chiarire l’importanza di questo caso, dal valore didattico quasi sacro. Lui dice:

“Di fronte a dolori persistenti o zoppia senza un chiaro trauma, non si può fare a meno di un’anamnesi minuziosa. Le abitudini alimentari vanno scrutate sotto una lente d’ingrandimento. In presenza di selettività alimentare severa, occorre mettere nella lista nera lo scorbuto. Una diagnosi veloce evita agonie burocratiche e permette di iniziare subito una cura efficace.”

D’altronde, non è che si scherzi: in soli cinque anni, all’ospedale Regina Margherita sono stati contati ben altri sei casi. Uno spettacolo triste ma affascinante di come una malattia considerata imprigionata nell’armadio dei ricordi riesca a farsi avanti con prepotenza nel mondo occidentale. Il colpevole? La tanto amata “selettività alimentare” estrema, alias diete dimagranti improbabili e paletti alimentari troppo rigidi, di solito privi di qualsiasi frutta o verdura – ingredienti base per una dosata (e necessaria) Vitamina C.

La ciliegina sulla torta arriva quando questo fenomeno si incastona nell’universo dei disturbi del neurosviluppo, compresi quelli dello spettro autistico. Qui le restrizioni alimentari diventano veri e propri diktat, rischiando di trasformare qualche piatto in un fantasma e aprendo la porta a carenze nutrizionali pesantissime. E il ricovero magari è solo il primo atto di una tragedia tutta da scoprire…

L’allarme che nessuno vuole sentire

La professoressa Franca Fagioli, direttora del Dipartimento di Patologia e Cura del Bambino allo stesso Regina Margherita, ci dona un momento di perla retorica:

“Lo scorbuto non è solo una patologia dimenticata nei libri di storia. È una realtà che richiede la massima attenzione clinica. Riconoscerlo non è facile, soprattutto perché molti medici non sono più abituati a pensarlo. Serve quindi rigore e un’analisi minuziosa delle abitudini alimentari, senza dimenticare che il tempo speso con paziente e famiglia non è mai tempo perso.”

Il risultato di tanto sudore clinico e didattico arriva anche grazie al lavoro minuzioso di una struttura che, a detta di chi la dirige, è un fiore all’occhiello scientifico e professionale. Adriano Leli, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Oirm-Sant’Anna, fa sapere che:

“Questi casi confermano la straordinaria preparazione dei nostri esperti nel trattare patologie che la maggior parte ormai considera superate o quasi estinte.”

Una lezione amara, tra nostalgia e realtà

Morale della favola? La medicina contemporanea, specie quella pediatrica, deve coltivare un equilibrio delicato tra precisione scientifica e umanizzazione della cura. Se pensavate che lo scorbuto fosse solo un orrido ricordo di marinai malnutriti, ripensateci: la brutta bestia è tornata e si fa beffe delle nostre sicurezze.

Forse è arrivato il momento di tornare a parlare di alimentazione, tanto per cambiare, prima che i nostri figli diventino i protagonisti di nuovi capitoli di scorbuto “made in 21° secolo”.

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