Il mosaico del toro si fa bue e i social non perdonano il restauro con ironia feroce

Il mosaico del toro si fa bue e i social non perdonano il restauro con ironia feroce

Che gioia, finalmente è terminato il restauro del toro mosaico nella Galleria Vittorio Emanuele II, quel celebre simbolo milanese che ha visto i suoi attributi usurati dal classico rito turistico del “ruota col tallone per portare fortuna”. Ah, le tradizioni: spacca il marmo per un po’ di superstizione!

Il lieto annuncio è arrivato da Marco Granelli, l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Milano, che sabato mattina con fierezza ha postato le foto del restauro concluso. Peccato che il post sia finito dritto dritto nel tritacarne dei social, tra risate e critiche spietate. Il toro adesso sembra più un bue, commentano ironicamente gli utenti.

Qual è la differenza tra il toro e il bue? Una domanda da un milione di euro

Non vorremmo scendere nei dettagli biologici più sofisticati, ma vale la pena ricordare che il toro è un maschio adulto fertile della specie bovina, mentre il bue è un povero maschio castrato, spesso finito al lavoro nei campi. Insomma, due entità distinte, ma pare che il restauro abbia scelto di farci dubitare della sua identità.

Dove sono finiti gli attributi? Il mistero dei testicoli “spariti”

Dopo il restauro, i tanto sacrosanti testicoli del toro sembrano essersi volatilizzati. Le foto scattate e condivise mostrano colori delicatissimi, che fanno quasi tenerezza, e un design così accennato da risultare quasi invisibile. Ma l’ultima volta che si fece manutenzione era il 2017, quindi in sette anni un altro giro di tortura ha polverizzato l’originale.

Il Comune di Milano precisa comunque che il restauro è stato effettuato con tessere di marmo rosa, quel marmo che da sempre è usato fedelmente per ridare lustro al mosaico. La tradizione vuole che si usino gli stessi materiali, ma forse nessuno ha pensato che il rito annuale implica un’usura molto più aggressiva della natura stessa.

Il rito dei turisti: tra folklore e devastazione

Chi ha inventato questa tradizione tanto amata dai visitatori? Si narra che risalga ai tempi della costruzione della Galleria, quando Torino era ancora la capitale del Regno d’Italia. Il toro, infatti, rappresenta la città sabauda, mentre lo sfondo azzurro richiama l’emblema dei Savoia. Il gesto di fare tre giri su sé stessi, con il tallone destro ben piazzato sugli attributi dell’animale, nasce come un beffardo sfottò nei confronti dei torinesi e della loro casata reale. Più che un rituale scaramantico, un insulto mascherato da buon auspicio.

In principio, questa usanza si limitava a poche date simboliche, come la notte di Capodanno, quando ogni gesto di buon auspicio è permesso (incluso pestare un mosaico antico). Poi, ovviamente, ha preso piede tutto l’anno, trasformando un’opera d’arte storica in un pavimento consunto e irrimediabilmente segnato, con la conseguenza di restauri sempre più frequenti e costosi.

Complimenti al Comune di Milano che, con ammirevole determinazione, ogni pochi anni ripara un mosaico che i turisti si divertono a distruggere nel nome della fortuna. Un ciclo virtuoso, davvero.

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