Sorpresa delle sorprese: nonostante la guerra tra Stati Uniti e Iran sia entrata nel suo centesimo giorno, l’apocalisse petrolifera da 200 dollari al barile non si è materializzata. Evidentemente il crollo del 14% nell’offerta globale di greggio, iniziato il 28 febbraio, non è bastato per scatenare il caos tanto temuto. Chi l’avrebbe mai detto, vero?
Stranamente, a smorzare gli entusiasmi da prezzo alle stelle è stata proprio Cina, che ha drasticamente tagliato le sue importazioni da 11,7 milioni di barili al giorno a poco meno di 9 milioni entro fine maggio. Un autentico toccasana per il mercato, che ha così evitato di trasformare lo Stretto di Hormuz in un rubinetto chiuso e un casinò globe-trotter per trader suadenti.
Secondo gli analisti di J.P. Morgan, il taglio cinese rappresenta un incredibile 74% del calo globale delle importazioni di greggio, un “aggiustamento sproporzionato” nel mondo dell’equilibrio energetico. Ovviamente, questo miracolo è stato sufficiente a mantenere i prezzi “straordinariamente calmi”, sebbene la crisi duri da quattro mesi. Chapeau!
Ma non c’è da dormire sugli allori. Societe Generale avverte che, a dispetto della calma apparente, il mercato avrà bisogno di aumenti futuri nei prezzi per sopperire al progressivo esaurimento delle scorte globali e per ricostruire le riserve strategiche ormai in agonia. Perché ovviamente, ricostruire le scorte costa e non si fa con le carezze.
Il sommario degli eventi ci ricorda che il taglio del 14% nell’offerta globale, dovuto al blocco dello Stretto di Hormuz, ha gonfiato i prezzi di circa il 30%. Un’importante puntualizzazione, specie se paragonata al disastro del embargo OPEC del 1973, che tagliò solo il 7% ma scatenò un aumento del 134%. Evidentemente, le crisi vengono con diversi livelli di spettacolarità.
Per fortuna, l’intervento plurimo di rilasci strategici di scorte, segnali di rassicurazione da Washington e la produzione extra da Brasile e Venezuela hanno evitato il doppio salto mortale nel baratro. Ma al di là di queste variabili, è stata la china di Cina a offrire un colpo di scena decisivo.
La riduzione di importazioni cinesi di quasi 3 milioni di barili al giorno, unita a un’attività di raffinazione più lenta, è il principale fattore di riequilibrio su cui puntano gli esperti di Societe Generale. Tradotto: il mercato deve ringraziare Pechino per aver fatto il lavoro sporco.
Secondo gli analisti guidati da Mike Haigh, questo rappresenta uno degli “offset” più importanti rispetto allo shock, superiore anche ai rilasci coordinati da Stati Uniti, Europa e Giappone, nonché al riorientamento Saudi dei flussi. Ricordiamo che circa un quinto dell’intero petrolio trasportato via mare passa proprio per questo stretto braccio di mare tra Iran e Oman. Davvero un po’ di respiro per il mercato.
Il nuovo equilibrio energetico cinese
Rory Green, capo della macro strategia sui mercati emergenti di GlobalData TS Lombard, ci fa sapere che la Cina ha voluto dare un colpo di spugna al passato, spingendo su elettrificazione su larga scala della produzione e dei trasporti energetici a partire dal 2022, e trasformandosi da bilancia energetica a un vero e proprio surplus sostanziale. Per la serie: “Non ci siamo fatti cogliere impreparati”.
In una nota del maggio scorso, Green spiega che i prezzi del greggio non hanno mai superato i 200 dollari al barile – contraddicendo molti profeti di sventura – e che sia le scorte ufficiali sia quelle “quasi ufficiali” di greggio cinesi hanno giocato un ruolo di cuscinetto essenziale. Insomma, Pechino ha fatto le pulci al mercato per tenerlo a bada.
La tensione è riemersa quando, lunedì, il prezzo del Brent è schizzato del 4,9%, toccando i 97,67 dollari al barile dopo che Israele e Iran si sono lanciati missili a vicenda. È il primo scontro diretto dal cessate il fuoco di aprile, e naturalmente anche i future sul West Texas Intermediate hanno seguito la scia, aumentando anch’essi del 4,9% a 94,93 dollari.
Previsioni contrastanti e il gioco delle ipotesi
Arriviamo al momento clou, dove gli analisti si dividono come sempre tra ottimisti e pessimisti da salotto. Gli esperti di J.P. Morgan immaginano che, in uno scenario base con la riapertura dello Stretto a giugno, il Brent si manterrà attorno ai 100 dollari fino al 2026. Un sogno a occhi aperti, no?
Ovviamente, se la chiusura si protraesse oltre, il prezzo potrebbe salire di altri 5 dollari nel terzo trimestre e persino di 15 nel quarto, perché qualcuno deve pur pagare il conto se le scorte finiscono prima.
Dall’altra parte dell’arena, gli analisti di Fitch vedono la ricomposizione dello scenario entro fine luglio e prevedono un crollo netto del Brent fino a 70 dollari al barile da settembre in poi, liquidando l’impennata attuale come un “temporaneo shock logistico” e non una catastrofe produttiva duratura. Qualcuno chiami l’orchesta!
Ma Societe Generale torna a rumoreggiare, ricordando che le riserve strategiche dovranno essere ricostruite e che tutto ciò richiederà ulteriori forniture e rendimenti più robusti per far girare gli investimenti. Traduzione: l’olio tornerà a farci piangere le tasche.
In definitiva, i loro esperti concludono che il prezzo di equilibrio a lungo termine sarà probabilmente più alto di quanto i mercati a termine lascino intendere oggi. Un augurio di buon appetito per i consumatori globali, mentre si continua il gioco del tira e molla sulla pelle di tutti.



