Chi avrebbe mai pensato che a dieci anni dal fatidico giorno in cui Regno Unito ha deciso di fare le valigie e salutare l’Unione Europea, il referendum continuasse a gettare un’ombra così lunga? Proprio le ultime elezioni locali ce lo ricordano con una chiarezza sconcertante, tanto che ci si domanda se la Brexit sia diventata il nuovo sport nazionale di divisione.
Ecco la sorpresa: il sostegno al Partito Laburista, che dovrebbe essere la roccaforte degli operai ribelli e degli intellettuali benpensanti, si è frantumato lungo linee davvero prevedibili. I giovani, quelli freschi di università e truccati di quella patina progressista inglese, si sono dileguati verso il Green Party, un partito pro-UE che suona quasi come una serenata nostalgica a Bruxelles.
Ma non finisce qui. L’elettorato operaio bianco, legato alla tradizione laburista in zone come Galles, Scozia e nel nord dell’Inghilterra, ha fatto l’inaspettata inversione a U, scegliendo Reform: ossia quel partito fondato da Nigel Farage, il campione indiscusso del Brexit, come a dire “non ci fosse chiaro, qui si torna indietro, eccome”.
Keir Starmer, il Premier che sembra lanciare salvagenti più che soluzioni, ha promesso di disegnare una “nuova direzione per la Gran Bretagna” in occasione del vertice con l’UE previsto a luglio. Sarà l’occasione per far passare il messaggio di quanto sia urgente ricostruire ponti con l’Europa.
Starmer ha affermato:
“L’ultimo governo è stato definito dalla rottura del nostro rapporto con l’Europa. Questo governo laburista sarà ricordato per ricostruire questi legami, mettendo la Gran Bretagna al centro dell’Europa così da renderci più forti nell’economia, nel commercio e nella difesa.”
Tradotto dal politichese: sembra più uno slogan pubblicitario da campagna elettorale che un vero impegno. Per i votanti disillusi di posti come Sunderland, St Helens o Barnsley (ex roccaforti laburiste scivolate ora a Reform), questa promessa suona più come una presa in giro.
Il problema più grande, in realtà, è lo zucchero senza la pillola. Starmer parla di “ricostruire il rapporto” ma senza mettere sul tavolo nessuno degli elementi più scottanti della questione. Nel suo discorso cita il desiderio di rientrare nel programma Erasmus, quella specie di scampolo europeo per giovani studenti e tirocinanti che – con un po’ di ottimismo stanco – dovrebbe diventare il fiore all’occhiello del nuovo accordo.
Ma la vera domanda è: Starmer intende davvero rinunciare al più celebre mantra della Brexit, quello che ha praticamente definito la vittoria del Leave? Ovvero la fine della libertà di movimento con l’UE o il ritorno nella tanto odiata Unione doganale e mercato unico?
Puntuale come un orologio svizzero, il leader laburista non si scompone e rimane fedele a quei limiti di “non ritorno” fissati nel suo manifesto elettorale. Un atteggiamento più prudente di quanto molti nel suo partito vorrebbero. Infatti, personalità come Sadiq Khan, sindaco di Londra, o Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e aspirante numero uno alla successione di Starmer, sognano apertamente il riavvicinamento totale con l’Unione Europea.
Rischi e tentativi di reset
Il governo, però, sta scommettendo su una soluzione che nel gergo istituzionale di Whitehall viene chiamata “allineamento dinamico”. Facile a dirsi: tradotto significa che al prossimo summit si cercherà di chiudere qualche accordo per alleggerire certe rigidità ai confini, soprattutto per prodotti vegetali e animali, a patto di allinearsi agli standard alimentari europei.
In più, si paventa la ripresa delle trattative per una sospensione del pagamento del meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), ancora interrotto nonostante i buoni propositi.
Ogni tanto, senza grandi clamori, il governo si impegna pure a negoziare la partecipazione britannica al mercato elettrico europeo. Insomma, qualche scambio sotto traccia per non sembrare troppo rigidi ma senza cambiare davvero lo spirito della Brexit.
Il discorso inaugurale di Re Carlo III previsto per oggi si prevede includerà qualche legge mirata proprio a bilanciare questa relazione intricata con l’UE. Ma finora, ogni tentativo di reset sembra un esercizio di equilibrismo senza rete.
I segnali ci sono già stati, e non è un caso che le trattative per l’adesione britannica al fondo europeo per la sicurezza, il cosiddetto SAFE da 140 miliardi di euro, abbiano continuato a saltare come fossero complicati pezzi di danza.
Tutto questo è un gioco al limite del ridicolo perché da una parte ci sono i media e i politici che si pregiano ancora di sostenere la “purezza” della Brexit, vigilando come falchi sulle supposte manovre di riavvicinamento a Bruxelles; dall’altra i giovani, che non vogliono sentire ragioni e chiedono a gran voce la reintegrazione vera e propria nell’UE.
Eppure, come una tragicommedia che si ripete, la linea morbida e fumosa continua ad essere il marchio di fabbrica di Starmer. Sarà difficile immaginare un cambio di rotta, anche se il suo regno a Downing Street sembra appeso a un filo più sottile del più fragile dei bicchieri di cristallo.
Dati alla mano, gli analisti già storcono il naso: i parlamentari nel Regno Unito cominciano a voltargli le spalle, la pressione sale, e i mercati finanziari si scatenano come se fosse il 2008. Per dire, il rendimento del titolo di stato decennale ha fatto un balzo che ha fatto alzare più di qualche sopracciglio.
Intanto, sul fronte commerciale, c’è chi spera in un miracolo quasi da cinepanettone: i produttori di whisky guardano a un possibile ripensamento dei dazi voluti da un certo presidente americano, nella speranza di far rifiorire mercati ormai appassiti da anni di guerra commerciale.
Per finire con qualche data da segnare sull’agenda: il 14 maggio arriveranno i dati ufficiali sulla crescita del primo trimestre, mentre a fine mese si monitorerà il tasso di disoccupazione e l’inflazione. Appuntamenti fondamentali per capire se questa partita complicatissima chiamata Brexit riuscirà mai a chiudersi senza lasciare vincitori reali.



