Iran in fiamme e Usa Israele che fanno l’arbitro: cronaca di un casino annunciato

Iran in fiamme e Usa Israele che fanno l’arbitro: cronaca di un casino annunciato

Le nostre amate forze armate statunitensi, sempre pronte a mostrarsi eroiche nel cielo notturno, hanno deciso di scatenare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. La scusa? La caduta di un elicottero d’attacco Apache, quello stesso veicolo militare che, pare, non abbia superato il test dell’aria sopra le coste dell’Oman. Che sorpresa! Nel comunicato ufficiale postato sui social, il famigerato United States Central Command ha definito queste incursioni niente meno che una “risposta proporzionata all’ingiustificata aggressione iraniana”. Eh, sì: provocatori ed isterici, ma sempre ben calibrati.

Non poteva mancare l’intervento deciso del grande protagonista, Donald Trump, che, con la sua consueta delicatezza, ha accusato l’Iran di aver abbattuto il povero elicottero, promettendo una risposta militare che scuota il pianeta. Insomma, una classica escalation diplomatica, con tentativi di giustificare la guerra a colpi di tweet e proclami.

Nel frattempo, l’Israele non è da meno e continua imperterrito i suoi raid nel sud del Libano, ignorando bellamente gli avvertimenti di Teheran. Come ciliegina sulla torta dell’ipocrisia, raccontano i bollettini ufficiali che almeno 8 vite sono state stroncate in un solo attacco a Tiro, e ben 29 sono le vittime nell’arco delle ultime 24 ore. Ah, la pace tra i popoli, quella sconosciuta.

Nel mezzo di tanto “calore bellico”, i soccorritori si immergono tra il fumo denso dell’inferno creato dagli attacchi israeliani a Tiro, impegnati a salvare chi può tra i resti fumanti. Un quadro di umanità annientata, sacrificata all’altare degli interessi geopolitici e alle consuete giustificazioni di regime.

Quando la fermezza diventa uno slogan senza sostanza

Donald Trump ha avuto la cortesia di specificare, come se ce ne fosse bisogno, che bisogna dare “una risposta ferma” all’abbattimento dell’elicottero. Un pensiero profondo e senza dubbio originale che ha condiviso con i giornalisti di ABC News, poco prima che il suo Centcom, come per magia, annunciava l’attacco di rappresaglia.

Donald Trump said:

“Credo sia molto importante rispondere. Hanno abbattuto un elicottero e noi stiamo rispondendo proprio ora. Credo nella risposta ferma. L’ho sempre fatto nel corso della mia vita. E abbiamo un accordo che era ottimo, e probabilmente lo sarà ancora. Questa è una risposta a ciò che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte; credo che la risposta debba essere molto ferma, molto potente, ed è proprio questo il caso.”

Niente di più chiaro: la diplomazia è morta sotto il peso di una risposta “molto potente”, e la razionalità è andata a riposare, lasciando spazio a inutili escalation che fanno solo il gioco di chi ama le guerre perpetue.

In conclusione, tutto torna: si cade, si risponde, si uccide, si urla “giustizia” e poi si dimentica tutto fino alla prossima “offesa”. Un circolo vizioso che purtroppo sembra essere l’unica costante nella politica mediorientale sotto l’egida di potenze che gareggiano a chi è più “proporzionato”. Ma quando mai?

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