Investitori terrorizzati all’idea di mettere soldi nel petrolio per colpa delle fantomatiche tasse di Hormuz

Investitori terrorizzati all’idea di mettere soldi nel petrolio per colpa delle fantomatiche tasse di Hormuz

I mercati petroliferi mondiali hanno offerto uno spettacolo degno di una telenovela di prim’ordine, con la loro incredibile volatilità di martedì. Tutta colpa dei “misteriosi” piani dell’Iran di imporre una tassa permanente alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il che sembra far parte di una possibile pace con gli Stati Uniti. Un colpo di scena degno di una soap opera geopolitica!

Il prezzo del petrolio Brent ha reagito con un’impennata, mentre il West Texas Intermediate (WTI) scendeva, affannandosi a conciliare gli attacchi statunitensi appena sferrati nei confronti dell’Iran — definendoli con la solita ironia “operazioni difensive” dai vertici del Comando Centrale — con gli indizi lanciati da Donald Trump nel weekend, in cui si lasciava intravedere una trattativa di pace all’orizzonte. Insomma, una simmetria che lascia ancora più confusi gli investitori.

In mezzo al caos e alla confusione, spunta la speculazione che Teheran voglia far pagare un pedaggio alle navi che attraversano questo cruciale corridoio marittimo, come parte del “contributo” per chiudere definitivamente la disputa di tre mesi con l’alleato transatlantico.

Dave Ernsberger, presidente di S&P Global Energy, coglie il senso dell’insicurezza dilagante:

“Le persone hanno paura a prendere posizione con la confusione che regna sovrana sullo stato delle trattative.”

Lo Stretto di Hormuz: la nuova frontiera del pedaggio internazionale

Una delle contropartite sul tavolo sarebbe una gestione congiunta dello Stretto tra Iran e Oman, con l’introduzione di una fantomatica “tassa ambientale” o pedaggio di transito per le navi. Luce verde alla creatività fiscale? A questo punto il principio della libertà di navigazione sembra più un optional che una regola.

Ernsberger non si nasconde l’entusiasmo:

“La questione interessante è vedere se i mercati globali, i partecipanti e i governi saranno disposti ad accettare un pedaggio di transito, considerando che in gioco c’è il principio della libertà di flusso marittimo e il precedente che si andrà a creare.”

Nel frattempo, il Brent, quell’indicesone globale del prezzo del greggio, si è sparato su del 2,5% raggiungendo quasi i 99 dollari al barile, mentre la Guardia Rivoluzionaria islamica iraniana promette vendetta contro gli “attacchi difensivi” di Washington. Un colpo basso questo “pedaggio per la pace”, se non fosse che, a parole, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che “non c’è nessun pedaggio”. Nobile contraddizione.

Ma subito dopo precisa, con altrettanta crudeltà semantica, che “la navigazione e la salvaguardia dell’ecosistema dello Stretto, del Golfo Persico e del Mar di Oman avranno dei costi”.

Che sia un “piccolo” euro a barile… o un enorme balzello

Ad oggi, circa un quinto del petrolio trasportato via mare nel mondo passa proprio dallo Stretto di Hormuz, quel passaggio stretto quanto basta tra Iran e Oman da far tremare i polsi alle compagnie di navigazione.

Il solito Ernsberger ci aggiorna sul “piccolo dettaglio”:

“Si parla grosso modo di un dollaro a barile come tassa per il transito e l’uscita dallo Stretto. Non è una tassa enorme, considerato che il petrolio sta viaggiando anche sopra i 120 dollari al barile. Però tornare a un mercato da 55 dollari al barile — come si vedeva a dicembre — fa diventare questa tassa parecchio più pesante.”

Esatto: un’aggiunta di un dollaro al prezzo globale del greggio, o un aumento dei costi di esportazione che i produttori dovranno pacificamente ingoiare. Ovviamente senza protestare troppo.

Incertezza e instabilità: le nuove leggi del mercato

Martedì, Amena Bakr, responsabile dell’energia Medio Oriente e approfondimenti sull’OPEC+ presso Kepler, ha aggiunto pepe alla situazione già bollente:

“L’incertezza è alle stelle, e la confusione sulle trattative non fa che amplificare la volatilità dei prezzi.”

Nonostante la possibilità teorica di un accordo che riapra lo Stretto, il sogno di spedizioni stabili e affidabili resta ancora un miraggio.

Ernsberger ci aggiorna sul traffico navale, inutile illuderci:

“Alcune navi passano ancora, ma il traffico è solo il 10% dei livelli pre-conflitto. Pochissimi petroliere riescono a passare: se passano 10 navi al giorno, al massimo 2 sono petroliere.”

Aggiunge poi che la produzione in Qatar, Iraq e alcune aree dell’Arabia Saudita impiegherà un paio di mesi per tornare alla normalità, mentre il traffico navale potrebbe ristabilirsi nel quarto trimestre. Bella prospettiva per chi crede nel “ritorno alla normalità”.

La signora Bakr ottimisticamente stima al massimo due mesi per smaltire l’arretrato, ma per vedere la produzione tornare ai livelli pre-guerra bisognerà aspettare un anno intero, o forse due, se proprio vogliamo sognare in grande.

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