Finalmente, dopo un silenzio degno di un monaco tibetano, i militanti del mitico centro sociale Leoncavallo di Milano hanno deciso di parlare. Questa volta, non per organizzare un rave o una festa in piena notte, ma per sollecitare la tanto agognata trasparenza sul destino del loro amato spazio in via Watteau, sgomberato ormai dieci mesi fa con un’operazione degna di un thriller burocratico.
Con una nota che suona quasi come un appello drammatico, i solerti attivisti hanno voluto chiarire al mondo – e soprattutto alla città – che ora è il momento di sapere cosa accadrà a quel pezzo di storia milanese congelato da troppo tempo. Tradotto: basta tatticismi, vogliamo risposte!
Naturalmente, come da manuale degli eventi di protesta che si rispettino, è stata fissata una conferenza stampa pubblica per il prossimo lunedì 8 giugno, alle ore 10 del mattino. Non un incontro qualunque, attenzione, ma una vera e propria celebrazione davanti ai cancelli di via Watteau, quei celebri cancelli che da mesi sembrano essere diventati un monumento al nulla.
Non mancheranno all’evento nemmeno i leggendari “ambasciatori” del centro sociale, Sergio Cusani e Pino Tripodi, pronti a difendere l’indifendibile insieme alle compagne e ai compagni del Leoncavallo. Insomma, più che una conferenza stampa, una vera e propria ordinanza di protesta con sventolio di bandiere e slogan da far tremare i muri.
Un bene pubblico? Decide la città, ovviamente
Secondo i militanti, la questione non è affatto personale ma, sorprendentemente, una faccenda che riguarda tutta la città. Quel che conta, a quanto pare, è che l’esperienza del Leoncavallo venga salvaguardata come un “patrimonio collettivo, culturale e sociale”. Che in soldoni significa: “Non è nostra, ma la gestiamo noi”.
Il motto del giorno recita appunto “Decide la città”, un invito a partecipare, discutere e – ovviamente – condividere questo splendido immobile sequestrato alla logica del buon senso. Perché, si sa, quando si tratta di spazi sociali occupati, la trasparenza diventa subito una questione di vita o di morte… culturale, naturalmente.
È curioso pensare come questi militanti chiedano chiarezza da quasi un anno, mentre quel luogo continua a rimanere chiuso e – presumibilmente – in attesa di un destino che sembra più un’eterna telenovela che una soluzione concreta.
Insomma, siamo di fronte a uno di quei grandi misteri milanesi: uno spazio storico, amato, celebrato, che però si rifiuta ostinatamente di tornare a vivere, come se fosse vittima di un sortilegio tutto burocratico. E i protagonisti, al solito, chiedono solo di “decidere insieme”, forse sperando che la città abbia magie migliori da offrire rispetto alla solita, arida amministrazione pubblica.



