Il governo si distrae ancora e allunga per due settimane il pasticcio delle accise, ma sul diesel ci regalano solo 10 centesimi di sconto: applausi!

Il governo si distrae ancora e allunga per due settimane il pasticcio delle accise, ma sul diesel ci regalano solo 10 centesimi di sconto: applausi!

Scordatevi i miracoli istantanei: il governo, nella sua infinita bontà, si impegna a colmare quel lieve dettaglio chiamato divario occupazionale con gli altri Paesi europei. Perché, ovviamente, siamo già sulla strada giusta, o almeno così ci piace raccontarcela. La qualità del lavoro? Certo, è la priorità numero uno, soprattutto quando la tecnologia diventa la nuova stella polare della nostra politica del lavoro, sempre con l’insospettabile occhio antropocentrico puntato sulla persona. La nostra pionieristica legge sull’intelligenza artificiale – sì, primissima in linea con l’Europa – insieme alle recenti linee guida del Ministero del Lavoro, elaborata con il contributo del Mimit, mirano a trasformare la tecnologia in uno strumento di emancipazione e competitività. Così, per sommo miracolo, niente esclusione sociale o erosione dei diritti dei lavoratori. La persona, dicono, resta al centro; almeno nelle grandi parole, mentre l’Ia avanza imperiosa.

Adolfo Urso ha detto:

“Ringrazio il presidente De Luca e saluto tutti i partecipanti a questa edizione del Festival del Lavoro. Il tema scelto, un nuovo patto sociale centrato sulla persona, è cruciale in un’Italia che affronta trasformazioni digitali, ecologiche e demografiche senza precedenti. Da subito, l’azione del Governo è stata guidata dall’articolo 1 della Costituzione: promuovere la piena realizzazione della persona attraverso il lavoro.”

Tradotto: la sacra costituzione ci impone di pretendere più lavoro per tutti. E guarda caso, secondo il ministro, i dati confortano questo ottimismo senza una goccia di scetticismo: il tasso di occupazione nel 2025 ha toccato il senza precedenti 62,5%, un balzo dal 60,1% del 2022 che sembra quasi un exploit. La disoccupazione è scesa al 6,1%, una cifra quasi da sogno se riflettiamo che all’inizio del governo era all’8,1%. Ma il vero capolavoro sono quei quasi 1,2 milioni di contratti stabili in più: segnale inequivocabile, dicono, che più occupati corrispondono a più stabilità. Peccato che questa faccia della medaglia sia così spesso oscurata dai contratti precari e dai lavoretti occasionali pronti a mandare in fumo ogni entusiasmo.

Per incentivare questa favola della crescita occupazionale, non si è badato a spese: pronto il Nuovo Piano Transizione 5.0, l’inedito paradiso degli incentivi che partirà tra pochi giorni, durerà tre anni, e promette lauti aiuti fiscali alle imprese senza i fastidiosi lacci e lacciuoli europei. Ben 10 miliardi di euro destinati a chi vuole investire in innovazione digitale, tecnologie green, autoconsumo industriale ed efficientamento energetico – indispensabile, dicono, anche per fronteggiare le emergenze geopolitiche, una scusa perfetta per pattinare su eventi che non possono che peggiorare.

Nel frattempo, va detto che il governo si diletta anche nella gestione dei cosiddetti “Tavoli di crisi” – roba sapientemente ereditata dalle legislature precedenti – dove si spera di far combaciare sciagure economiche con soluzioni tempestive. Come sempre, un imputata sfida che alza il livello della narrazione governativa ma che, al solito, sembra più una partita a rimpiattino con i problemi veri.

Che sollievo! Finalmente il numero delle vertenze si è miracolosamente ridotto: eravamo a 55 tavoli nel 2022, coinvolgendo circa 80 mila lavoratori, e oggi ci ritroviamo con “soli” 43 tavoli che riguardano 36 mila lavoratori. Una diminuzione che sembra quasi un successo, se non fosse che i numeri da soli fanno ben poco per nascondere il caos dietro le quinte.

Il ministro, con una nostalgia degna di un cantastorie, ricorda il tempo in cui era senatore dell’opposizione: allora, interrogare sul numero di tavoli di crisi era un’impresa, perché persino loro non sapevano quanti fossero. Si parlava di ben 180 tavoli, spesso gestiti da governi fantasma, che si concludevano solo nel momento in cui l’azienda in crisi decideva, senza troppi complimenti, di chiudere definitivamente.

Ora, grazie alla “piena trasparenza” – parola sacra che fa sempre bene – tutti i tavoli di crisi sono elencati sul sito del Ministero, con dettagli sul loro andamento e sulle ormai spesso rituali conclusioni. L’efficienza e la trasparenza non erano mai state tanto di moda, ha enfatizzato il ministro. Chi lo avrebbe mai detto? Una rivoluzione digitale postuma, forse per distrarre da quei numeri che continuano a far tremare i polsi.

Grandi successi industriali o semplici favole da ministro?

Secondo lo stesso ministro, sarebbero state trovate “soluzioni industriali solide” per salvaguardare l’occupazione. Come se bastasse qualche nome di aziende qui e là per dimostrare un impegno straordinario: citiamo Riello, La Perla, Piaggio Aerospace, Speedline, Tecnomeccanica – una piccola playlist di nomi scelti a caso, tanto per far vedere che qualcosa si fa.

Queste aziende, grazie all’intervento del dicastero, dovrebbero rappresentare un modello di come difendere e rilanciare i cosiddetti asset strategici dell’industria nazionale. Il tutto condito da una fiducia incrollabile nelle competenze come vera leva per affrontare “la transizione digitale e green in atto”. Tradotto: serve formazione, tanta formazione, perché in fondo solo un esercito di esperti potrà governare questo caos industriale e ambientale che si svolge sotto i nostri occhi.

Infatti, il ministro non manca di sottolineare che gli investimenti nella formazione continua, dagli Its Academy fino alla riqualificazione professionale, saranno la chiave per non affondare. Peccato che questa ricetta si senta pronunciare da anni, senza che il miracolo tanto declamato si sia mai realmente visto.

Per concludere in bellezza, siamo tutti invitati a credere che crescita economica e coesione sociale siano le due facce della stessa medaglia, soprattutto qui in Italia. Un invito gentile a sospendere il buon senso e abbracciare il circo delle promesse politiche in salsa formativa, mentre la realtà – quella vera, con le aziende che chiudono e i posti di lavoro perduti – fa capolino dietro il sipario.

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