Ah, l’economia del riuso, quella meraviglia moderna dove vendere quel maglioncino di Diego che non t’è mai piaciuto e comprare roba di seconda mano è la nuova frontiera della sobrietà… o almeno così ci raccontano. Vinted, l’app che ti permette di liberarti di vestiti, gadget elettronici o addirittura mobili, sta ridefinendo i nostri consumi, spinta da utenti che improvvisamente scoprono che risparmiare è trendy – e non solo per la crisi del costo della vita, che pure non guasta come alibi.
Il boss di Vinted Marketplace, Adam Jay, non si nasconde dietro un dito: secondo lui siamo davanti a un “cambiamento fondamentale” verso il secondo mano, un trend che sarebbe qui per restare. Come se fosse una rivelazione epocale, aggiunge che il business dell’usato cresceva già bene prima che inflazione, carestia e altre amenità colpissero il portafoglio dei consumatori. Che dire, la crescita sembra quasi un miracolo economico in territori difficili.
Non stupisce quindi che Vinted abbia appena concluso una maxi-operazione di vendita di quote per 880 milioni di euro, che nomeggerebbe la startup lituana a una valutazione da capogiro di oltre 9 miliardi di dollari. IPO in vista? Beh, la società fa intendere di essere perfettamente felice di galleggiare e prosperare nel privato, incassando un gruzzoletto sostanzioso e questo grazie a investitori di lusso come BlackRock e Schroders Capital.
E nonostante qualche accenno all’uscita in borsa – voci di corridoio che alimentano la smania del grande salto – nessuno vuole sbilanciarsi su tempi e piazze. Insomma, è più comodo godersi il denaro fresco senza obblighi, mentre i fan spargono la buona novella dell’usato che spopola sempre di più.
Il secondo mano non è più solo moda, è un business a doppia cifra
Secondo il rapporto di un’attenta società di ricerche di mercato, il settore dell’abbigliamento usato online cresce il doppio rispetto al mercato tradizionale. Per Jay, è una vittoria globale: i compratori risparmiano e i venditori si liberano di roba inutile, il tutto con un’inevitabile patina di responsabilità ecologica e sociale, che rende la cosa anche “cool”. Addirittura, ha coniato il termine “Vinted math”, per spiegare come i consumatori vedano il secondo mano non solo come alternativa più economica, ma come strategia economica intelligente, calcolando pure il valore residuo dei capi che comprano.
Non male: in un solo anno, giocando di rimessa con i prezzi al dettaglio, gli utenti di Vinted si sono risparmiati la bellezza di 21,6 miliardi di euro, comprando a prezzi mediamente inferiori del 72%. Più che un mercato dell’usato, sembra una vera e propria rivoluzione del portafoglio — per chi compra, ovviamente!
Fin qui, filosofia moda e abbigliamento. Ma il successo e la bravura di Vinted li ha spinti a fare il salto oltre oceano, puntando a nuovi settori. Prima di tuffarsi in questo azzardo, però, hanno fatto i bravi, aspettando di consolidarsi tutta Europa e di sentire cosa ne pensava la “tribù” degli utenti, notoriamente fanatici della semplicità e dell’usabilità dell’app.
Ecco la grande paura: allargare troppo i confini rischia di complicare il tutto, facendo sparire quella chiarezza che ha fatto innamorare milioni di consumatori. Ma i segnali arrivavano forte e chiaro: molti utenti già spaziavano creativamente con prodotti non fashion, magari vendendo quell’aspirapolvere o un libro in più, tanto per dire. Così, il salto nel nuovo è diventato inevitabile, quasi obbligatorio.
Ecco quindi Vinted che punta ad essere il poliglotta del riuso, capace di convincere non solo d’Europa ma anche dell’altra parte dell’Atlantico, che sta invece ancora precisando come approcciarsi a questa nuova religione dell’economia circolare.



