Donald Trump fa il duro come sempre e decide che la bozza di memorandum sull’Iran non va bene. Non un piccolo ritocco, ma addirittura modifiche «piuttosto significative». Siamo già al terzo round di correzioni da parte degli Usa, perché quando si tratta di trattative internazionali, cambiare idea è la regola, non l’eccezione.
I solerti mediatori, con il Pakistan in prima fila – dove l’Alta Rappresentante europea Kaja Kallas sbarcherà lunedì per l’ottavo dialogo strategico bilaterale – cercano disperatamente di far quadrare il cerchio. Nel frattempo, la bozza rivista, portata con gran solennità nella riunione della Situation Room alla Casa Bianca venerdì scorso, è stata affettuosamente recapitata a Teheran, in attesa di un’entusiasta approvazione che richiederà, bontà loro, non meno di tre giorni di riflessione e meditazione.
Nel frattempo, come se la politica diplomatica non fosse abbastanza complicata e lenta, l’esercito israeliano fa il suo ingresso oltre il fiume Litani, conquistando il castello di Beaufort. Per chi si fosse distratto, questo è quello che si chiama un chiaro messaggio militare accompagnato da una presa di territorio a suon di bombe e carri armati.
La risposta “disperata”? Parigi convoca d’urgenza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ovviamente per discutere l’intensificarsi dell’offensiva israeliana in Libano. Una riunione d’emergenza, perché per tutto il resto del tempo le cose sembrano andare bene e nessuno si accorge di nulla.
In sintesi, un ottimo esempio di diplomazia moderna: interminabili trattative per una pace lontana anni luce e battaglie sul terreno che avanzano spietate. Se qualcuno pensava che la politica estera fosse questione di “buon senso” o “rapporto tra pari”, evidentemente non ha mai visto un summit internazionale o una Situation Room americana con protagonista Trump.
Un Circo senza Fine tra Memorandum e Artiglieria
Immaginate la scena: una bozza di accordo che dovrebbe pacificare una delle regioni più turbolente del mondo. E invece abbiamo un uomo solo al comando che si diverte a rivedere il copione a suo piacimento, mentre gli altri attori recitano più o meno impacciati, seguendo un copione che cambia di scena in scena.
Chi detiene il potere a Washington teme o semplicemente ama spingere le trattative agli estremi, con l’atteggiamento di chi dice “accetti o prendi e vattene”. E nel frattempo, sul terreno, la polvere e il fuoco ricordano a tutti che la diplomazia è spesso una farsa costellata di rinvii e minacce.
Nel mezzo dei rimpalli tra memorandum che non piacciono e missioni diplomatiche che sembrano giri turistici, la realtà è che nessuno sa davvero cosa succederà, né quando. Ma i missili continuano a volare e i caschi blu brillano per la loro assenza o per un’imperfetta cornice istituzionale.



